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LA DISCENDENZA 5

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Delle sei sorelle Bernardi, si può dire che soltanto la prima, Elvira, fece un matrimonio infelice; Giosafatte Pupo di Barletta, il marito, un uomo più giovane di lei, che a detta di zia Gina era un gran giovialone, simpatico e farfallone, dopo qualche tempo, deluso forse da un matrimonio che si rivelò sterile, ad un certo punto abbandonò la sua sposa e se ne tornò nella sua città dove si unì con un’altra donna che gli dette parecchi figli. A quel tempo non c’era ancora il divorzio e per la povera Elvira fu una tragedia. Delle altre, per fortuna si hanno solo buoni ricordi. Città Sant'Angelo (Vittorio Aielli, 2010) Ilda, la secondogenita, insegnante elementare, dalla penna molto forbita, sposò un suo collega maestro, Vincenzo Pilotti, con l’hobby della compravendita di case e terreni, dal quale ebbe tre figli, Giuseppina (Pina), Mario ed Edda, cugini ai quali noi della famiglia Aielli, per un certo periodo di tempo, siamo stati molto legati. Altrove ho già riferito di alcun...

LA DISCENDENZA 4

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Se il discorso intorno al lato paterno della mia discendenza si è esaurito abbastanza presto, non per mancanza di figure di rilievo, ma per l’insufficienza di informazioni, in quanto a Città Sant’Angelo non è rimasto nulla degli Aielli dopo la morte della nonna, della zia Gaetana e di zio Luigi, per quanto riguarda il ramo materno, il racconto si fa molto più articolato; anche qui, però, non perché vi siano più documenti e figure ragguardevoli, ma semplicemente in quanto la famiglia di mia madre era ben più numerosa ed il mio ricordo più vivo, non solo per la vicinanza, ma proprio per il senso di unità che in quel nucleo è rimasto vigente anche dopo che i vari componenti avevano preso strade diverse, ognuno per conto suo con la propria famiglia, per cui il vincolo di parentela è rimasto sempre molto sentito, almeno fino alla seconda e terza generazione. Foto di famiglia Della nonna Elisabetta ho già detto e della zia Annina, la sorella del nonno, posso aggiungere che era una do...

SCILINGUAGNOLO

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Non credo che di ogni parola si debba per forza trovare la derivazione esatta fra le pieghe della evoluzione linguistica; a volte basta un po’ di fantasia: “scilinguagnolo” è una parola così singolare, dal significato così intuitivo, che andare ad ipotizzare una improbabile origine nella fusione in un tardo latino di “sub” e “lingua” per formare “sublinguaneus” e intendere, come effettivamente è, quel particolare anatomico che è “sotto la lingua”, cioè il frenulo che lega la lingua alla parte inferiore della bocca, mi sembra oltre che superfluo, fuorviante. Diga di Provvidenza, L'Aquila - 2013 Noi con lo scilinguagnolo, la parola lo dice, intendiamo una parlantina senza freni, spontanea, irruente o quanto meno fluente, piena di immaginazione, che simpaticamente si impone, senza lasciare spazio ad eventuali oppositori. Cioè esattamente il contrario di quella che dovrebbe essere la funzione dell’organo, di tenere a freno la lingua. Ma la cosa si spiega proprio con la fan...

LA DISCENDENZA 3

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Mio padre conseguì il diploma di insegnante elementare presumibilmente nel 1922, anno della Marcia su Roma di Mussolini e presa del potere da parte dello stesso e data di partenza della c.d. Era Fascista. Aveva 19 anni e partecipava attivamente alla vita politica, insieme ad altri studenti e giovani diplomati che costituivano le leve della “intellighentia” del paese. Molti giovani intellettuali all’epoca furono attratti dall’ideologia fascista che prometteva ordine e giustizia sociale rispolverando la retorica dei miti risorgimentali, ancora molto sentiti, anche perché alimentati a dismisura nelle aule scolastiche, contro il disordine e la confusione che si erano generati sull’onda dell’insoddisfazione conseguita alla fine della prima guerra mondiale, soprattutto da parte dei reduci tornati dal fronte che non trovavano lavoro e per l’acuirsi delle tensioni sociali. La forte personalità di Mussolini, direttore dell’Avanti, che da socialista annunciò la rivoluzione fascista, fece da ca...

LA DISCENDENZA 2

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Un’altra specialità culinaria della nonna erano le “scrippelle” che altri volgarmente chiamano “crepes”, di cui lei era capace di approntarne in poco tempo una pila alta così, nonostante io ne mangiassi man mano che lei le spadellava. Povera nonna. Una sera a cena avevamo pane e frittata e siccome a me piaceva mangiare la frittata senza pane, mi ingegnai a mangiare prima la grossa fetta di pane, poi, quando mi accingevo ad addentare l’agognata frittata, ecco la nonna: “ Ma guard ‘stu’ pover citl’ stà a magnà la frittit senza pan! ” e premurosa me ne taglia subito un’altra fetta più grande della prima. Tortellini Aldo Ferrari 1950-51 From: silver bromide gelatin/film 6x6 cm Ricordo che tornato a Città S. Angelo, molto tempo dopo, la nonna non c’era più. La casa era stata rimodernata, ma tutto mi sembrava più freddo. Nella mia incoscienza giovanile non avevo memorizzato l’evento della sua morte. E sì che non ero più un bambino. Tornando a quei tempi, ricordo che i materassi dei ...

LA DISCENDENZA

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Chi fur li maggior tui ? Guarda che bella ragazza; di chi è figlia ? La discendenza è importante; tutti noi possiamo avere degli avi di cui gloriarci o di cui vergognarci, ma la maggior parte di noi non arriva oltre il terzo grado, i bisnonni. Ed è già fortunato se di loro conserva un pallido ricordo, molto spesso basato non su una reminiscenza diretta, ma indotta dal racconto di altri. A makeshift home in a barraks Anonymous, 1943-45 From: silver bromide gelatin/paper, 24x36 cm Fondo Franco Cristofori – Cineteca di Bologna Già dei nonni spesso non si arriva a sapere granché e questo perché troppo tardi insorge in noi, poveri cristi privati del nostro passato, il desiderio di ricostruire quell’albero genealogico che invece nelle case nobiliari, dei ricchi o comunque ben strutturate, è bello e fiorente, ricco di rami e di frutti, mentre viceversa è secco e rachitico o addirittura del tutto inesistente laddove l’incuria e l’abbandono hanno impedito la nascita di una coscienza p...

LARGO GHIOTTI

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Conservo pochi ricordi di Città S. Angelo, il paese di mio padre, arroccato su una collina, dove egli è vissuto fino a quando, diplomato maestro, se ne allontanò per non farvi più ritorno. La piccola-grande casa dove abitavano i miei parenti, aveva l’ingresso su quel piccolo mondo a sé che era Largo Ghiotti, da due lati casupole basse dove vivevano modesti lavoratori, a fianco la via con un muraglione e davanti la mole di Palazzo Ghiotti come una fortezza di cui noi vedevamo la grande facciata di pietra con le inferriate alle finestre sempre chiuse. Mio padre aveva trascorso lì la sua vita da giovane, insieme a suo padre, nonno Saverio, proprietario di piccoli fazzoletti di terra coltivati direttamente, la madre, nonna Rita, (Ritina o Rituccia per i vicini di casa), casalinga e contadina, due sorelle e un fratello. Palazzo Ghiotti (aut. scon.) Dobbiamo aver condotto una vita separata, se per tutto il tempo che siamo stati insieme, mio padre non mi ha quasi mai parlato della sua ...