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Visualizzazione dei post da Febbraio, 2022

INCUNABOLO

  La strada per l’apprendimento è ardua e Pancrazio aveva deciso di percorrerla tutta, per quanto difficile essa si presentasse. “Ad astra per aspera” aveva sentito dire un giorno da un uomo molto colto e sua figlia Evelina gliene aveva spiegato il significato. Quindi affrontava con serietà e coraggio le asperità che gli si presentavano lungo il cammino verso le stelle. Eccolo allora di fronte ad una parola oscura che nascondeva chissà quali misteri: incunabolo. Come ci fosse arrivato non sapeva nemmeno lui, ma certo il primo impatto non fu favorevole; che sia una parolaccia? Si chiese fra sé e sé. Poi si era rivolto con prudenza a Maurizio per lumi. Benedett’uomo! aveva esclamato quest’ultimo, sempre più meravigliato di fronte alle insospettate curiosità del suo amico. Che ci devi fare ora con i lumi? Aveva scherzato. Ma avrebbe preferito non essere interpellato sull’argomento, tanto ne aveva una conoscenza approssimativa e vaga. Incunabolo hai detto? gli chiese solo per pre

LA PAROLA

                                                                            La parola è magia, ricordalo, Pancrazio, diceva Maurizio, che ormai considerava l’uomo che aveva davanti il suo interlocutore preferito, perché il più disposto ad apprendere. Questi, per converso, lo scrutava serio e dubbioso, incerto se credere o non credere a quanto le sue orecchie udivano per la prima volta. Vuoi dire che c’è qualcosa di misterioso nella parola in sé? Chiese timidamente. Proprio così; la parola è all’origine del pensiero. Noi pensiamo e nel nostro cervello si formano parole che evocano cose o altri pensieri che cominciano ad avere una forma. Esprimiamo il nostro pensiero con le parole, pronunciate con la nostra voce, o scritte… Con la nostra penna! Si affrettò a dire Pancrazio, per dimostrare di aver capito. Lascia stare la penna, lo riprese Maurizio, voglio dire: con un segno, un simbolo, qualcosa che si   possa decifrare nelle parole che vogliamo comunicare. Sì, ma la magia

DECLINANTE

                                                                              Labens, labentis, stava dicendo Evelina a suo padre. Pancrazio ascoltava con molta attenzione e si guardava intorno spaesato. Che va oltre, che si esaurisce, capito? Labente die, vuol dire sul finire del giorno. Pancrazio assentiva, ma sembrava incredulo. A me sembra una mezza bestemmia, disse. “Lampante” Dio? Che vuol dire? Capirei “Santissimo…” Ma poi, dove andrebbe? Papà, questo è latino, devi accettarlo così com’è e io non ho detto “lampante” e nemmeno “Dio”, mi stai a sentire? Il giorno dopo la questione venne portata all’ordine del giorno nella seduta permanente degli – tra un caffè ed un Campari -- accademici dello Zibaldino, dallo stesso Pancrazio e Maurizio ne approfittò subito per prendere la parola e partire per la tangente. Sul finire del giorno, che bella espressione! Iniziò, enfatico: mentre il giorno declina e sopraggiunge la notte, il nostro animo si piega a sentimenti intimi e c

DISCREPANZA

                                                                           Pancrazio come Socrate? Oppure, come qualcuno ha detto, come Sancho Pansa? Ogni persona ha una propria individualità, disse Maurizio ed è inutile tentare di attribuire ad una i caratteri di un’altra. Il questo caso la cosa appare doppiamente impossibile, per la distanza, non soltanto chilometrica, fra i due prototipi proposti ed il nostro eroe, ma addirittura stellare, tra i due personaggi messi con lui a confronto, i quali si collocano, per motivi diversi, all’estremità di una ipotetica parabola iperbolica di pensiero. Eh,…ehh… ehhhh! Esclamò Sebastiano, con un crescendo impressionante del tono di voce, ma è ancora Italiano? Maurizio si arrestò e lo guardò sbalordito. Ma chi? Chiese stizzito Socrate o Sancho Panza? Ma chi se ne fotte!...ricambiò lo sguardo e seguitò: La tua lingua! Parli ancora Italiano, o che? Non mi ci stai facendo capire più niente! Maurizio ci mise un poco a ricomporsi; poi