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ONORARE NON COMPIANGERE

                                                                         Delle persone care che ci hanno lasciato, Giuse diceva sempre bisogna onorare, non compiangere la loro memoria. Era con me al funerale del nostro carissimo amico Alfredo e lesse per me, che ne fui incapace, l’orazione funebre da me preparata. Mi sento di condividere totalmente il suo pensiero, per lui che non c’è più. Non ha avuto una vita facile, né un carattere arrendevole, ma ha difeso fino in fondo la sua libertà intellettuale ed individuale. Sempre geniale nel trovare soluzioni nei campi molteplici in cui ha applicato il suo ingegno. Dalle molte testimonianze di affetto, stima e simpatia nei suoi confronti, che ho ricevuto, che mi hanno fatto molto piacere e per le quali ringrazio tutti pubblicamente, ho tratto la convinzione che la sua vita, la quale non è stata semplice né banale, egli l’abbia vissuta pienamente, traendo soddisfazioni da tutti quelli che gli stavano vicino, lasciando un segno

LA BURLA E LA BEFFA

                                                                                                                                   In via di principio, Pancrazio detestava tutti quelli che si prendevano gioco della dabbenaggine degli altri, sia che lo facessero in modo bonario, così, da buontemponi, tanto per ridere, che più ancora, per scherno, in modo malevolo. Maurizio gli aveva spiegato un giorno che il modo di dire “in via di principio”, significa “il linea di massima”, come punto da tenere fermo e lui a questo punto ci teneva molto. Maurizio quello stesso giorno gli aveva raccontato che un certo Monsignor della Casa (il Vescovo, lui aveva pensato di chissà quale casato), aveva detto che “la beffa è per sollazzo, mentre l’ischerno è per dolere”, o giù di lì, cosa che lui non aveva capito bene, ma che in ogni modo, non poteva significare altro che quello che lui già riteneva: la burla era un semplice scherzo che non doveva fare male a nessuno, la beffa era un po’ più pesante

AFFASTELLARE

                                                                              Pancrazio quella mattina era particolarmente facondo. Dopo aver ascoltato la lezione del Maestro sull’essere facondo, egli si sentiva dotato di tutte le qualità necessarie per essere tale, così come le sue galline, a Colleminuccio, che ogni mattina, facevano l’uovo, dandone allegramente conto con entusiastici coccodè. Per cui parlava, parlava senza sosta, fino a quando Sebastiano non gli disse: a Pancrà, ma che ti vai affastellando, stamattina? Ferito, ma ancora indulgente, Pancrazio si prese qualche attimo di ripensamento, poi, pacatamente si rivolse al suo interlocutore con spirito magnanimo e disse: Tu perché non puoi capire, caro Sebastiano, non è colpa tua, ma della società. Tu sei chiuso sempre qua dentro, i tuoi interessi sono tutti qui, i clienti da riverire, le paste da ordinare e i caffè i thè da servire, sei uno schiavo urbano, io vivo all’aperto e sono libero, vedo le cose da un altro pu

ALLA FONTI DEL FACETO

                                                                                                Riassumiamo: Faceto vuol dire “brillante nel parlare”. Argomenti almeno in parte seri, affrontati con sana allegria. Che danno gioia, gaiezza rilevabile già dal volto illuminato del parlante. L’origine   di questa parola, che proviene dal latino “facetus”, è incerta, i linguisti in genere, la fanno discendere da lemmi come “facies”, che vuol dire “faccia” (dal greco phai-nos, mostro, manifesto), intendendo il faceto come colui sulla cui faccia si legge l’umore con cui parla, o “facere”, dando prevalenza al concetto di “fare”, nel senso di introdurre una nota di piacevolezza nel discorso, ma non ho trovato alcuno che accenni al verbo latino for-faris-fatus sum- fari, che vuol dire appunto “parlare”, con l’aggiunta di una certa solennità, come pure “profetare”, che proviene dallo stesso verbo (pro-fatus, pre-dire). PROFETARE, PROFERIRE. Apriamo una parentesi: Con il profeta bisogna i

FACEZIA

                                                                                 Che differenza passa tra vanvera e facezia? esordì quella mattina Maurizio, con un certo entusiasmo non condiviso da nessuno dei presenti, i quali lo guardarono con occhi vuoti, ogni mattina una nuova, pensò qualcuno di essi, non passa giorno che questo sant’uomo non venga a romperci le palle con queste stronzate!  Per me la facezia è una ridicolaggine, intervenne, collaborativo, Pancrazio, è una cosa buffa, ma senza peso. Una battuta. Una di quelle da farti calare le brache. Facezia viene da faceto che vuol dire elegante, brillante, arguto. Corresse Maurizio. Ma quello che ha detto Pancrazio, non è del tutto sbagliato. La facezia, a parer mio, pur derivando dal parlare arguto, perde un poco in eleganza ed acquista più in vanità, è una forma di spiritosaggine, che fa sorridere a mezza bocca, subito da dimenticare. Mentre il parlar faceto è il contrario del parlare a vanvera, tanto è scoordinato

LA PASQUA

                                                                               E venne la Pasqua, ma nessuno la vide, perché essa era nascosta nei cuori, che erano duri ad aprirsi, tanto più che la coincidenza con l’inizio dell’ora legale, aveva scombussolato un po’ tutti. Stai parlando a vanvera, lo apostrofò Sebastiano, che era ancora risentito del bisticcio del giorno prima, avuto proprio con lui, per futili motivi (si parlava di acque croscianti, mentre lui aveva in mente un ordine di acqua minerale e salatini croccanti, per cui non si erano proprio capiti, ma Pancrazio seguitava ad accusarlo di essere sordo ad ogni richiamo che fosse minimamente poetico e questo lo aveva fatto incazzare). Che vuol dire “a vanvera”? domandò a mezza bocca Pancrazio, guardandolo di sottecchi – non vorrà continuare la lite di ieri? – si chiese - Allora non gli aveva perdonato la sua reazione, diciamo così, un po’ troppo vivace?). Cari amici, intervenne guardingo Maurizio, il quale nel fratte

ACQUE CROSCIANTI

                                                                         Pancrazio è sensibile al richiamo   della poesia e quelle che per altri sono mollezze, per lui sono delicatezze delle quali gli piacerebbe che fosse costellata la sua vita. Perciò perde la pazienza quando scontra con chi di queste sue virtù fa strame ed agisce di conseguenza. Il croscio , annunciò inaspettatamente Maurizio, con tono quasi profetico messianico, quella mattina che precedeva la Pasqua dei cuori e quello di Pancrazio era particolarmente predisposto alla pace, per cui quella parola attirò subito la sua attenzione, è voce squisitamente onomatopeica, piace soprattutto ai poeti, più comunemente diviene lo scroscio e riproduce foneticamente il rumore dell’acqua che cade con violenza, come la pioggia, che batte sul terreno, sui tetti o sulle pietre, ed è persistente, duratura. Lo scroscio è anche quello prodotto dalle cascate, quando non diventi fragore, perché lo scroscio non è assordante; può e