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IL NIDO SCOMPARSO

                                                                        Avanti casa, Maurizio aveva un albero, un pioppo di molti anni, che ricordava di aver visto fin da quando era bambino, sempre bello, maestoso; in primavera si copriva di foglie verdi che d’estate si infoltivano, fornendo una vasta zona di fresca ombra e ingiallivano in autunno, cadendo poi volteggiando, ad ogni folata di vento, con l’approssimarsi dell’inverno. Questo albero ospitava una grande quantità di volatili ed era territorio di scorribande da parte di scoiattoli e, sorprendentemente, una volta fu teatro di un piccolo dramma: un micio intraprendente si arrampicò sulla corteccia del suo tronco, salendo fino ai rami alti, ma giunto sulla sommità traballante di uno di essi,   non riusciva più a scendere, per cui si mise a miagolare così forte che qualcuno si decise a chiamare in soccorso i vigili del fuoco, che prontamente accorsero e, con l’impiego di una scala periscopica, lo trassero in salvo, con l’ap

L'OMBRA DEL COLOMBRE

                                                                   Pancrazio aveva visto il Colombre e ne era rimasto impressionato: il suo aspetto era orribile e tale da incutere paura, non a lui, naturalmente, ma, pensava -   per esempio -   ad un tipo come Maurizio, forse sì. Ma quando ebbe modo di avvicinarlo, vide che quella strana creatura era fondamentalmente buona, non propensa a fare del male. Ma chi era il Colombre? Un uomo, una sera di fine estate, sul bagnasciuga di una spiaggia deserta, era assorto in un lavoro che lo assorbiva totalmente: la creazione sulla sabbia, già lambita dalle onde, di una figura in bassorilievo rappresentante un essere mostruoso, metà sirena, metà medusa. Egli era tanto preso dal suo compito, da non accorgersi di alcuni spettatori, fra i quali uno sfaccendato Pancrazio, che si erano fermati ad osservare quello che faceva. Una volta completato il suo lavoro, volle dare un titolo a quella strana figura, scrivendo sulla sabbia la seguente di

DETTI DI ZIA GINA

                                                           Lu genji è com’ l’accdent’ a chi pii e chi non pie. Strusc mulic e pass;   Un a un’ se ne va li strangaiun. A second d’ lu suldat i’ sa’appen la sciabbul;         S’ li niput fuss’ bbun non s’ levess da li viggn’ Robba vicchie in cas’ d’ pazz’ mor.          Mò esc li ‘mpresarii Vin acet e pan fungat salv’ la cas. Finit la cuccagn, l’imbusct’ fan partenz. A la prima t’mpir d’agost’ lu ricc e lu pover s’arcunosc. A lu stracciat, moccch lu can. N’n fa fredd? N’ vit quanta cill murt iu’ nderr!? Andare a messa la domenica e le altre feste se sei comandato. Piove e esc lu sol, pur li vicch sa‘ n’amor   ovverossia La verda’ a secc. Esclamazione : la fess d’ ziit’. A la mess n’ci vaje pecchè so’ ciupp, a la cantin c’ vaj pian pian. E’ mij li ‘rfuttatur ch l’ cipp all’ucchije. Da lu cattv pagator ti pije quell che tt’ vò dà. Ahh, là bell’ fam’a nir!!! M’n’ vuj   ìj   sobr’ a lu munt, Curn’ pe’ n