TONITRUANTE

Quando l'Olimpo si copriva di nubi minacciose e lampi sinistri cominciavano a balenare, con tuoni fragorosi che rotolavano per il cielo sempre più assordanti e le prime raffiche di vento e pioggia, sferzavano i volti attoniti degli umani, rivolti al cielo con timore e riverenza, allora i greci (e poi i romani, i soliti copioni), dicevano che si stava scatenando l'ira di Zeus.

Opera esposta al MART - Rovereto 2017

La parola Zeus deriva dal termine indoeuropeo "Dieus", "luce", molto vicina al "deus" latino e al nostro "Dio", divenuto Iuppiter, cioè Giove per i romani e designava il prototipo dell'idea di deità, che si manifestava appunto con tuoni e fulmini, mentre Omero lo definisce "adunatore di nuvole e di tempeste".

La potenza di Giove era illimitata ed egli regnava su tutte le altre divinità, avendo al suo fianco una "first lady" come regina, per i greci di nome Era, per i romani Giunone. In entrambi i casi queste rappresentavano il simbolo del matrimonio, della famiglia e della fecondità e procreatività, la qual cosa faceva molto comodo al sublime coniuge, sempre arrapato ed in cerca di svaghi amorosi con dee, semi-dee, donne terrestri e come siete siete. Senza badare nemmeno a salvare le forme, assumendo l'aspetto anche di animali, come il cigno o il toro, pur di soddisfare le sue voglie divine e regali.

E quando veniva scoperto, il che succedeva puntualmente perché c'era sempre una servizievole dea-amica che andava a riferire i pettegolezzi ad Era/Giunone, al giusto risentimento di esse, egli opponeva la più fiera delle sue ire, tanto vuota, quanto furibonda, capace di mandare a carte quarantotto tutto l'Olimpo con fulmini e tuoni, facendo traballare anche le sedi degli altri dei che di queste scenate cominciavano ad averne fin sopra i capelli.

Qui entra in scena la bella e tonante parola "tonitruante", che viene dal latino "tonitrus" che vuol dire "'tuono". A differenza del nostro "tuono", anch'essa fortemente onomatopeica, che scorre liscia, la parola latina "toni-trus", ha quella "r" di più e la doppia "t" reiterativa, che fanno la differenza e rendono in modo molto più crudo, quasi cruento - che squarcia un tessuto vivo che può essere anche quello dell'orecchio che ne è assordato - il rumoreggiare del tuono, che ha scoppi improvvisi e strascichi ripercussivi, a volte notevoli, tali da impressionare più di un animo sensibile.

Tonitruante oggi vuol dire proprio che solleva un fracasso immane, senza apparente motivo. Non è elegante, ma imponente, non si adatta a tutte le circostanze, ma a poche, scelte, nelle quali però fa un figurone.

Se camminando per strada, avvertite da lontano un rumore di fondo, tipo un brusio, che cresce mano mano che vi avvicinate e riconoscete che si tratta di una voce umana e, una volta raggiunta la piazza, sentite un vociare scalmanato e vedete un uomo su un palco che parla, arringa i pochi o molti assorti ma più che assorti, ipnotizzati ascoltatori e vi fermate un poco ad ascoltare, colpiti prima dal fragore delle parole che non dal senso delle frasi, allora è facile concludere che si è di fronte ad un tonitruante parlatore che parla, parla, ma alla fine non dice niente; non niente di importante, ma niente in assoluto.

Questo è il gran senso di una parola così robusta e così vuota, così piena di archetipi, di richiami, di rimandi, come è piena di significati palesi o reconditi la mitologia prima greca e poi latina, da cui deriva, gioiello e fondamento della nostra cultura occidentale, divenuta a buon titolo patrimonio dell'umanità.

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