QUESTA SERA HO PIANTO
Ho pianto al ricordo di un ragazzo che studiava tenendo
sotto l’odiato libro scolastico, un libro di lettura amena, aperto come quello
sovrastante, pronto ad essere visitato tutte le volte che la fatica dello
studio diventava insopportabile e con il disco preferito, posato sul piatto del
giradischi, per rinfrancare lo spirito ogni tanto, ascoltando un brano di
musica, magari un assolo di batteria o di tromba o sassofono, a volume
piuttosto alto.
Per subito dopo reimmergersi nelle profondità del pur
necessario studio.
Ero felice ma non lo sapevo.
Ma non ero io. Non ho ritrovato quel ragazzo ed allora ho
pianto. Chissà dove e quando si è perduto. È passato molto tempo, tante cose
sono mutate, il mondo non è più quello di prima, la casa con un giardinetto,
chiuso fra quattro mura, teatro di innocenti scorribande mie e di mio fratello,
all’epoca mio grande estimatore, forse l’unico, (un uomo nuovo, diceva, dalle
idee nuove, bontà sua), una via, un portone, un rifugio.
All’epoca esistevano già le baby gang e chi come noi non ne
faceva parte, doveva guardarsi le spalle, le insidie erano molte, l’ansia, la
trepidazione, gli atti di coraggio inevitabili, a fronteggiarli all’occorrenza.
L’occasione, ancora una volta, un libro. Riordinando la
libreria, ormai quasi ingovernabile, ma solo per le scemate forze mie, è
saltato fuori “Il Piccolo Campo” di Erskine Caldwell, nel quale si va alla
ricerca di un presunto tesoro nascosto nel campo, scavando buchi nel terreno con
risultati sempre negativi, fino a scoprire, comprendere che il tesoro esiste
davvero, ma è nella lavorazione del campo, non nella inutile rimozione del
terreno.
Anche io partecipavo a quella dissennata ricerca con la
strategia dei due libri, mentre sarebbe stato meglio concentrare tutte le forze
nell’apprendere, senza distrazioni di sorta.
Ma non ero io: quel ragazzo non c’è più, forse non c’è mai
stato.
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