ZI' CUCCHIJE
Non so se ho trascritto bene questo termine dialettale, che,
ho appreso da poco, è uno dei più antichi della nostra tradizione linguistica.
Ho ascoltato una breve dissertazione del Prof. Elso Simone Serpentini,
che, con parole semplici, pacatamente ha parlato di alcuni termini del dialetto
teramano, descrivendone l’origine, la derivazione, l’evoluzione nel tempo ed il
significato originario e quello attuale, concetti facili da comprendere ed
apprendere, che ho apprezzato molto.
La parola che mi ha colpito di più è “cucchjie”, la seconda
“pannict”. Della seconda non ho nulla da dire; quanto alla prima, mi ha
sorpreso che i greci dell’epoca classica, già usassero questo termine che noi
abbiamo inserito nel nostro vocabolario dialettale con una dizione pressoché
identica e stesso significato, rotolandolo e arrotondandolo, lungo la discesa
dei secoli e dei millenni, da quel tempo lontanissimo, fino a noi. Come un
sasso levigato dall’acqua di un fiume.
Ed infatti di qualcosa di duro come un sasso, si tratta, o
quanto meno di solido.
La cucchjie per noi, come per loro, indica la buccia, la
scorza, con una preferenza per vegetali e frutti di mare, avvolti da uno strato
di sostanza dura e anche scagliosa, tanto da suggerire nell’uso che se ne è
fatto nel tempo, l’idea di un riparo, una protezione, ma che dico, una garanzia
di forza e autorevolezza, tanto da far stare tranquilli tutti coloro che ne
avessero avuto bisogno.
Fino a sfociare in un modo di dire che rende molto bene il
senso ultimo di questo significato esteso fino a comprendere la persona che fa
da testimonial di quanto affermato.
Ma sei sicuro di quello che stai dicendo? Chiese
importunamente e inopportunamente Pancrazio, che sembrò illuminarsi di colpo:
Ho capito, disse, ma chi lo dice?
Stai tranquillo, te lo dice Zì Cucchjie.
ZI’ CUCCHJIE
Non so se ho trascritto bene questo termine dialettale, che,
ho appreso da poco, è uno dei più antichi della nostra tradizione linguistica.
Ho ascoltato una breve dissertazione del Prof. Elso Simone Serpentini,
che, con parole semplici, pacatamente ha parlato di alcuni termini del dialetto
teramano, descrivendone l’origine, la derivazione, l’evoluzione nel tempo ed il
significato originario e quello attuale, concetti facili da comprendere ed
apprendere, che ho apprezzato molto.
La parola che mi ha colpito di più è “cucchjie”, la seconda
“pannict”. Della seconda non ho nulla da dire; quanto alla prima, mi ha
sorpreso che i greci dell’epoca classica, già usassero questo termine che noi
abbiamo inserito nel nostro vocabolario dialettale con una dizione pressoché
identica e stesso significato, rotolandolo e arrotondandolo, lungo la discesa
dei secoli e dei millenni, da quel tempo lontanissimo, fino a noi. Come un
sasso levigato dall’acqua di un fiume.
Ed infatti di qualcosa di duro come un sasso, si tratta, o
quanto meno di solido.
La cucchjie per noi, come per loro, indica la buccia, la
scorza, con una preferenza per vegetali e frutti di mare, avvolti da uno strato
di sostanza dura e anche scagliosa, tanto da suggerire nell’uso che se ne è
fatto nel tempo, l’idea di un riparo, una protezione, ma che dico, una garanzia
di forza e autorevolezza, tanto da far stare tranquilli tutti coloro che ne
avessero avuto bisogno.
Fino a sfociare in un modo di dire che rende molto bene il
senso ultimo di questo significato esteso fino a comprendere la persona che fa
da testimonial di quanto affermato.
Ma sei sicuro di quello che stai dicendo? Chiese
importunamente e inopportunamente Pancrazio, che sembrò illuminarsi di colpo:
Ho capito, disse, ma chi lo dice?
Stai tranquillo, te lo dice Zì Cucchjie.
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