NOTTE D'ESTATE
Quella notte Pancrazio non riusciva a prender sonno, come sempre succedeva quando si trovava ad affrontare la notte in un albergo o in una stanza in affitto (a dozzina aveva sindacato Maurizio, sbagliando, perché la sua vacanza era di soli dieci giorni).
Aveva provato a coricarsi prima sul lato destro, pochi
minuti dopo sul sinistro, poi si era messo “supino”; per la verità egli nutriva
una certa avversione nei confronti di questa parola, della quale ignorava l’esatto
significato, ma giammai avrebbe chiesto spiegazioni al maestro, per paura di
perdere la stima che egli gli concedeva.
Farò come lui, andrò all’origine della parola “su-pino”, si
disse tra sé e sé. È come è facile trovarla, lo dimostra il fatto che, senza
volerlo, l’ho già trovata: la parola “supino”, con l’aggiunta di una “l”, che
si è fatta prestare dall’abecedario, viene da “sul-pino” e significa proprio
questo, che si deve stare su di un pino.
Corse scalzo alla finestra: il pino era proprio lì davanti, un
ramo sfiorava il davanzale del balcone,
ma la padrona della casa era pazza se aveva pensato di farlo
dormire lì.
Alzando lo sguardo oltre il pino, vide la luna sul mare,
alcuni raggi si impigliavano con i rami dell’albero e formavano una passerella
che dal pino conduceva lungo la scia del suo riflesso fino alla linea
indistinta dell’orizzonte, punteggiato di luci e colori diversi.
Pensò che quella sarebbe stata una bella vacanza.
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