MALE IN ARNESE
male in arlese (sic)
A noi del XXI secolo d.C., la parola “arlese” suona,
alquanto misteriosa, può significare tutto o niente.
In origine era un appellativo relativo al vestiario, al modo
di vestire, o ad una parte del vestito, la giacca, per esempio. poi si trasferì
in campo guerresco (“l’aiuola che ci fa tanto feroci”) ed andò a denotare l’armatura
da difesa, lo scudo, o da attacco, la lancia, per poi tornare a più miti
consigli, approdando sulla comoda sponda del generale (senza stellette), con la
generica attitudine di dedurre da tutto ciò che riguarda l’aspetto esteriore e
comportamentale della persona e soprattutto, com’è naturale, dal modo di
vestire, più o meno ricco, sontuoso, o con le pezze al culo, come si diceva nemmeno
poi tanto tempo fa, mettiamo per avere
un’idea, un (in)certo numero di decenni e lì restare per il momento, salvo slittamenti semantici sempre possibili data la mobilità della lingua, che è in continua
evoluzione.
Fantastico!!! Gridò Pancrazio, è la stessa cosa che mi ha
detto il dentista, proprio ieri, quando sono andato a farmi curare un dente, questa
lingua ha una patina bianca, ma tu la pulisci ogni tanto la lingua? Anche con
lo spazzolino; la lingua va curata.
Incurante dell’interruzione, alla
quale era ormai abituato, Maurizio continuò: è restata per lo più nella
locuzione “male in arnese”, ad indicare qualcuno che non se la passa molto
bene, come dire che non ha lo strumento adatto a compiere determinate cose,
attribuendo ad “arnese” il significato, non so fino a quanto arbitrario di dotazione
singola per lo stato dell’arte, mettiamola così, del laboratorio, non necessariamente
la bottega chessò del falegname che non ha la sega, o dello scrittore che non
ha la penna.
Possiamo fare altre ipotesi…
Il ciabattino che non ha le
scarpe!!! Tuonò Pancrazio.
Maurizio approfittò della pausa
per nettarsi le lenti dell’occhiale ed attese pazientemente che fin l’ultimo
ascoltatore finisse di ridere, mentre Pancrazio, dall’ultimo banco, si era
alzato e faceva gesti per indicare a tutti che all’uscita i ridanciani se la
sarebbero dovuta vedere con lui personalmente per uno diciamo così, scambio di
vedute.
Il che però non significa, non
aveva finito di dire Maurizio, che lo stesso valga nel senso inverso, perché “bene
in arnese”, oggi, a me sembra che sia usato pochissimo.
Pancrazio, ancora in piedi e non
del tutto placato, scuotendo la testa come quando si ha a che fare con una
cruda realtà, ma lo sapete, disse poi sprezzante, per una bottega da falegname,
quanto chiedono di affitto?
MALE IN ARNESE
Chiedo scusa ai miei seguaci, se ci sono miei seguaci, per
il post annullato “Male in Arlese”, nel quale penso che Pancrazio abbia preso
il sopravvento (che non è la tramontana) su di me ed abbia inventato tutto di
sana pianta, mettendomi nei pasticci.
Ché poi, in fin dei conti, tutto è dipeso dall’aver scambiato
“arnese” con “arlese”
Arnese, si dice e non arlese, che non ha senso se non per
indicare un abitante di Arles, la patria di Van Gogh.
“Arnese” è un termine molto comune ed indica diverse cose.
Deriva da una locuzione francese, con il valore di vettovaglie (da approvvigionare
per una spedizione quindi siamo in tema di guerra), poi si passa a denotare il
vestiario, forse da principio la divisa, poi il vestito, l’abito civile, a
seconda del quale, se bello e nuovo, o se brutto e logoro, di deducono le
condizioni economiche di chi lo indossa e si dice male in arnese, o buono in
arnese.
Fino a significare un oggetto qualsiasi, “posa quell’arnese”,
Pancrazio, che poteva essere la falce con la quale egli rasava il prato dalle
erbe, o il bicchiere col quale si accingeva a bere il primo di vino e fin qui
siamo nel campo degli strumenti, perché il senso più vicino alla parola stessa,
sta proprio nella funzione strumentale dell’oggetto.
Ma non soltanto, qualunque altro oggetto, che serva per una
funzione, o non serva ad alcuna funzione, può diventare in quel momento “arnese”.
Hai capito Pancrazio? Ed ora metti vis quel bicchiere. Oggi te
ne sei fatti già due.
No, capo, spiacente, il primo era di acqua, vero Sebastiano?
Di arlese, per giunta!
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