LA DISCENDENZA 11

Nel giro della parentela così come l’ho descritta, non sono riuscito a dare il dovuto risalto alla nuova generazione, che eravamo noi, ben 22 cugini rampanti, usciti dai lombi di tanta stirpe. O meglio ho detto qua e là, senza alcuna sistematicità. La cosa in fondo non ha poi tanta importanza e che io non voglia dargliene più di tanto, spero che si rilevi dal tono sottilmente ironico col quale ho iniziato. Cosa? Non si rileva l’ironia? Forse è troppo sottile dite? Vabbè, lo scherzo finisce qui. Ora parliamo di cose serie. Prima di chiudere questa rassegna, intendo rivederne l’iter per mettere ancora qualche pezza laddove il flusso dei miei ricordi ha lasciato lacune non più colmabili, per l’intempestività dell’operazione.

Vittorio e Bruno

Per cominciare vorrei tornare a Città Sant’Angelo, da dove sono partito, ripercorrerne le viuzze, le vie periferiche, il grande corso, poggiare il piede là dove anche mio padre, in un’epoca a me ignota, ha posato il suo, forse trascorso nella beata incoscienza degli anni verdi, i suoi momenti più belli, ignaro come sempre si è ignari a quell’età, di cosa ci può riservare il futuro, che non è stato nei suoi confronti generoso, ed ora che quel futuro è divenuto passato remoto, mi trovo, suo figlio, non certo migliore di lui, a chiederne la ragione. Dove il suo cuore ha palpitato di giovanili entusiasmi, dove i sogni si sono ammassati nella sua mente per infrangersi contro il muro della storia che non si può conoscere dall’esterno, se non si è dentro. Là con i miei nonni, con i miei zii, andare alla ricerca dei cugini e ritrovare Gabriele, anch’egli scomparso tragicamente e Giovanna, la buona Giovanna che compare bambina nella foto con la nonna e la sorella Rita con l’ottimo suo figlio Francesco al quale auguro uno splendido avvenire.

Gabriele, unico figlio maschio di zia Gaetana e zio Antonio, aveva una personalità singolare; alto, vigoroso, con due occhi neri da brigante buono – sorrideva sotto le sopracciglia foltissime – era risoluto in ogni sia cosa. Circondato da tutte donne, la nonna, la madre, le sorelle e successivamente la moglie Emilia, che gli dette due figlie femmine, ha rappresentato al meglio l’elemento maschile di quel gineceo, facendo da perno per entrambe le sue famiglie, quella originaria dalla quale era uscito per mettere su casa per conto proprio e quella che andò a creare con la sua giovane moglie. Forse addirittura troppo intraprendente, lavorava come ragioniere in una ditta di liquori, l’Aurum, che fino a qualche tempo fa ha avuto una certa rilevanza in campo nazionale. Ma non si accontentava di questo ed era sempre alla ricerca di nuove idee per lanciare iniziative imprenditoriali da esercitare in proprio. Studio di ragioneria, gestore di un ristorante in collina, commerciante, intermediario di affari, ecc.

Sembrava che tutto andasse a gonfie vele, quando un giorno squilla il telefono e lui mi annuncia senza alcun preambolo, che era in fin di vita. Pensai ad uno scherzo, sebbene macabro, ma lui era il tipo. Invece mi spiegò di essere stato sottoposto ad un intervento molto severo per l’asportazione di un tumore osseo che aveva invaso una vasta regione del suo corpo. “Sai Bruno, Dio deve essere impazzito a prendersela con me; io non gli ho fatto niente. Mi resta una sola probabilità – mi ha spiegato l’oncologo – dovrò subire tra poco un novo intervento che dovrà essere risolutivo: se va male anche quello, mi restano al massimo due mesi di vita.” Rimasi costernato e senza parole. Ero a Parma da mio figlio Stefano, con Fiorella, quando ricevetti la notizia della sua morte. Lasciava la moglie e le due figlie ancora molto giovani. Per fortuna c’erano i nonni, genitori della moglie, una famiglia fino ad allora abbastanza agiata. A distanza di dieci anni è morta anche Emilia, la madre delle due ragazze, che ora sono rimaste sole con la nonna novantenne. Valentina, la più piccola, ha studiato il cinese, ha una laurea in lingue e si prende cura della sorella inabile. Quel Dio di cui parlava il padre, in modo blasfemo e in un momento di disperazione, speriamo che riveli nei suoi arcani disegni, la strada per queste due povere figlie.

E’ triste parlare di morti, eppure a volte, anche nei momenti più bui, è possibile trovare uno spiraglio di luce attraverso il quale intravedere l’ombra di un sorriso che ridia fiato al nostro innato senso di ottimismo. Quando morì la zia Maria, siamo ancora a Città Sant’Angelo, dopo la cerimonia funebre, davanti al cancello del cimitero, nel salutare zio Luigi, il vedovo, che dal momento del decesso della moglie, in ossequio alle più chiuse regole sul lutto, non si era più tagliata la barba e non aveva provato cibo (tra una cosa e l’altra erano trascorsi circa tre giorni), ci offrimmo di andare a casa sua per tenergli ancora compagnia e provvederlo del necessario per vivere; zio Luigi, il viso emaciato sotto la barba incolta, gli occhi tristi e arrossati dal pianto, con una gentilezza fuori del comune, che non ammetteva replica, ci disse che voleva essere lasciato solo : “Voglio tornare a casa, sentire ancora la presenza di Maria come fosse ancora con me e prepararmi un mezzo chilo di spaghetti con il sugo di baccalà e stoccafisso, lo stesso della notte di Natale, mettermi a tavola e quando l’avrò terminato con un buon bicchiere di vino, andare a letto; ho bisogno di riposo, sono tre giorni che non dormo. Perciò vi prego, tornate a casa vostra, vi ringrazio di tutto, siete stati grandi, ma ora ho bisogno di rimanere solo.” E, data la mano a tutti i presenti, si rimise il cappello in testa, si voltò e si avviò a piedi verso casa. Avrebbe dovuto fare un bel po’ di strada, perché il cimitero è a distanza notevole dal Paese. Lo seguimmo con gli occhi, fino a quando non scomparve dietro alla prima curva, poi, salimmo in macchina e ce ne andammo.

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