BATTERE LA FIACCA

So cos’è la fiacca, per averla provata. E’ una totale mancanza di energia, che ti impedisce di fare qualsiasi cosa e che ti fa trovare piacere nell’inerzia, uno stato di semi-coscienza, spensierata e deresponsabilizzata. L’espressione gergale  "battere la fiacca", originata, dicono, in ambiente militaresco, da caserma e disseminata lungo lo stivale dall'esercito piemontese mano mano che l'unificazione procedeva verso sud, invece allude a quella speciale attitudine di alcuni soggetti, di cui sembra che tutti gli eserciti siano in buon numero dotati, così detti scansafatiche, che artatamente, di fronte ad un lavoro da svolgere, accampano malanni e debolezze fisiche, allo scopo precipuo di evitare di impegnarsi e lasciare che il lavoro venga fatto dai commilitoni di buona volontà.

Perché si dice  "battere" la fiacca? Semplice, è un controsenso; negli stessi ambienti militari il "silenzio" non si "suona"? Così la fiacca si "batte". Chiaro, no? Meglio battere che essere battuti.

Partòt Parade, Bologna - 2013


La parola "fiacca", in sé, proviene da latino "flaccus" che significa "molle", "che si piega". Quindi "battere" sta per "accusare" stanchezza. Ma in realtà l’espressione è tipica da parte di ufficiali e sottufficiali, per spronare ad un’azione più energica, i pochi o molti riottosi, a stimolare gli svogliati, quelli che fanno le cose per forza, a rianimare gli scoraggiati. Nei tempi della mia giovinezza, "Fiacca" era il nome che si era dato un clown, che girava, con la sua famiglia, moglie e un paio di figli, a bordo di un furgone scassatissimo, accampandosi qua e là, per dare spettacolini serali basati su storielle che inventava lui, battute e gags che attiravano gli abitanti dei quartieri periferici della città, come era quello in cui andammo ad abitare quando dalla centralissima via Trento e Trieste, ci trasferimmo in quella che successivamente fu chiamata via Flaiani, a Teramo, nei pressi dello scalo ferroviario.

A fianco della palazzina del nostro condominio si trovava uno spiazzo erboso, dove, ogni tanto, ad un certo punto dell'estate, compariva il furgoncino con tutto l'armamentario scenico del simpatico artista, che con la famiglia prendeva possesso dello spazio e montava un'arena delimitata da una staccionata con sedie e sgabelli per accogliere gli spettatori. Noi ragazzi ogni sera scendevamo a prendere posto intorno all'arena e ci godevamo lo spettacolo, che verteva quasi sempre su burle e storielle divertenti, in cui oggetto del divertimento erano le traversie che il povero uomo incontrava per tirare avanti la sua famiglia in modo dignitoso. Lo storielle si concludevano sempre con un lieto fine che doveva lasciare tutti soddisfatti. Allora il capocomico, pronunciate le fatidiche parole, rivolte ai vari personaggi della vicenda narrata, "contento tu? sì. contento tu? sì.", si rivolgeva agli spettatori concludendo: "e sperando che sia rimasto soddisfatto anche lo stimabile pubblico, poiché qui si lavora per la fabbrica dell'appetito, con allegria, mettete mano alla portafoglieria" e passava col cappello in mano per raccogliere le offerte. Ma noi spettatori eravamo per la maggior parte ragazzi squattrinati (e spesso a quel punto eravamo distratti).

"Disturbo di natura - verosimilmente - somatoforme" è quello che ha scritto il medico, per dare un nome alla stanchezza di un amico che di fiacca ne batteva parecchia fisica e morale. Ecco allora, non per fare il pignolo, mi soffermerei appena un attimo sul significato di "somatoforme", anzi no, volevo dire sul lungo avverbio finto-innocente "ve-ro-si-mil-men-te". Cosa nasconde? Ha tutta l’aria di una mistificazione, da parte del medico, non mia. C’è o non c’è il disturbo? Siamo sicuri che ciò che è simile al vero, sia vero? Battere la fiacca non è un handicap, ma una risorsa. Si potrebbe dire di un "soggetto diversamente attivo".

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