LA FINE DELLE FESTE
Porcaccio mondo, blaterava Pancrazio, le vacanze sono un
miraggio. Per essere vere, esse non dovrebbero finire mai…Oppure… …non
cominciare mai. Quelle di Natale in particolare, perché ti lasciano sempre con
l’amaro in bocca. Sono sempre delle occasioni perdute: ogni anno in tutti si
riaccende un nuovo entusiasmo che li porta ad affrontare il periodo delle
festività natalizie, fiduciosi che quest’anno non sarà come negli anni precedenti
ed invece, comunque vadano le cose, il risultato alla fine è sempre quello:
delusione e luci spente.
Una vita senza feste né vacanze, sarebbe una cosa ben
triste, però…avanzò Sebastiano.
Ma, caro Pancrazio, intervenne Maurizio, le vacanze sono
belle proprio perché finiscono. Se ci pensi bene il piacere delle vacanze
consiste proprio in quella “vacatio”, in quel vuoto che con la vacanza si crea
tra un periodo di attività e la ripresa del lavoro.
Parli tu che sei libero da ogni impegno…azzardò Sebastiano.
Mettiti al mio posto: certe volte alle sei del mattino, andare ad alzare la
saracinesca del bar, mi pesa veramente molto.
Maurizio non rilevò la scortesia implicita nel discorso del
discepolo amico e si rivolse senza battere ciglio, a Pancrazio, dicendo:
La parola deriva dal latino “vacans”, participio presente
del verbo “vacare” che vuol dire essere vuoto, ma anche essere libero; nel
nostro caso valgono entrambi i significati, il vuoto, in quanto c’è l’assenza del
lavoro e la gioia della libertà dagli impegni lavorativi.
Pancrazio era triste: atteggiò il viso a grande disappunto; una
volta passato il Natale con la coda del Santo Stefano, disse, gli sembrava di uscire
da un grande sogno per entrare in uno stato di sonnolenza calamitosa, come cadere
in un pantano o in un vuoto indistinto.
Senza volerlo, aveva dato la stura al nozionismo del Maestro,
che non perse l’occasione per aggiungere:
Santo Stefano viene detto Protomartire, cioè viene ritenuto il
primo martire della cristianità, ma in realtà c’era già stato almeno un altro
martire prima di lui ed è Giovanni Battista, fatto decapitare da Erode per un
capriccio di Salomè, che ne chiese la testa per essere stata da lui respinta.
Stefano morì lapidato perché accusato di blasfemia, per
essersi convertito al verbo di Cristo, preso e condotto al martirio da un
gruppo di facinorosi che, per meglio adempiere al compito di scagliare sassi
contro di lui, si tolsero i mantelli, depositandoli ai piedi di un giovinetto
addetto alla loro custodia.
Qui si innesta tutta un’altra storia che porterà quel
giovinetto, in qualche modo complice dell’assassinio (mai termine più adatto
per una lapidazione: sembra di sentire il rumore dei sassi che stanno
massacrando la povera vittima) di Stefano ad assurgere tra le maggiori figure
della Chiesa che si stava costituendo, trasformandosi egli stesso da
implacabile persecutore dei cristiani a messaggero della nuova religione che portò,
in ogni parte del Mondo, trasformandola da fede per un popolo che si riteneva eletto,
come era all’inizio, la più diffusa religione ecumenica, che accoglie tutti i
popoli.
Il suo nome era Saulo, successivamente Paolo ed era un
giovane molto promettente: doveva aver raggiunto un certo grado nel rango dei
persecutori di cristiani, se ebbe l’incarico di recarsi a Damasco col compito
di reprimere il fenomeno delle conversioni massive delle plebi al nuovo credo, che
evidentemente doveva essere tale da suscitare preoccupazione tra gli uomini di
potere, ma fu appunto in occasione di un suo viaggio in quella città che gli
accadde un fatto molto particolare cadde da cavallo abbagliato da una forte luce
ed udì una voce che gli chiedeva “Saulo, perché mi perseguiti?” incidente a
seguito del quale si convertì a sua volta al verbo di Cristo e da persecutore divenne
perseguitato, dedicandosi ad opere di conversione che fecero di lui uno dei
padri apicali della nuova religione, col ruolo di quinto evangelista e tredicesimo
Apostolo.
Maurizio a questo punto tacque ed un grande silenzio si fece
nella stanza, si sentivano solo scricchiolii di sedie e colpetti di tosse
imbarazzati.
Si levò una voce: Sì. Vabé, disse Pancrazio sopraffatto da
quanto aveva attentamente sentito, ma questo che c’entra con le mie vacanze? La
sua voce tremava, balbettava, denunciando una nota di velata delusione.
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