ELUCUBRARE

 

Su ELUCUBRARE

 

Non ho capito, si lamentava Pancrazio, se elucubrare sia una parolaccia, o qualcosa di buono.

Maurizio prima ci dice che la parola viene dalla luce, Lux o Philps, non so, ma si tratta sempre di lampade a basso consumo, poi si rimangia tutto e dice che è un modo di prendere per il culo la gente che crede di essere intelligente, di pensare in grande, mentre in realtà non capisce un cazzo.

Non ci credete? Andavi a leggere quello che ha scritto sullo Zibaldino e ditemi se non ho ragione.

Certe volte mi sembra che ad esagerare con l’eculibrio sia proprio lui, il nostro Maestro.

IL TESTO                                                                                

Oggi faremo un gioco, annunciò Maurizio – bene, quasi gridò, Pancrazio, mi piace! - parleremo di tre parole ed i presenti si disposero a sentire. Tre parole che riguardano in vario modo il modo di atteggiarsi del nostro pensiero e vedremo se è possibile farle confluire in una quarta, che, a sua volta si configura come una eccessiva cura o preoccupazione del pensare in sé.

Comincerò con l’apologo, che è un discorso allegorico, sotto forma di racconto, fatto per alludere a qualcos’altro ed ha finalità educative; la favola del lupo e dell’agnello, di Fedro, è un apologo di contenuto morale; il discorso di Menenio Agrippa, sul ventre e le altre membra del corpo umano, fatto per placare la plebe, è un apologo di contenuto politico e civile.

L’apologia, invece, è una difesa, una presa di posizione fatta per sostenere una tesi, a favore di una persona, o di una cosa, che può essere un’idea, buona (apologia della libertà), o cattiva (apologia di un reato) e viene usata talvolta per autodifesa (Cicero pro domo sua).

Accidenti, sbuffò Pancrazio, se cominci così, la vedo dura.

La terza parola del giorno è aforisma, che è una massima, una definizione che ha la pretesa di racchiudere in poche parole la verità. Questa pretesa stranamente trova la sua conferma nella negazione che Karl Klaus ne fa, affermando: l’aforisma non coincide mai con la verità, perché o dice mezza verità, o una verità e mezzo. Questo aforisma di Klaus rientrerà nella prima o nella seconda ipotesi? 

Se continua così, è meglio che me ne vado, borbottò Pancrazio, facendo strame di un congiuntivo.

L’uomo che pensa, continuò l’oratore, da sempre, si pone problemi esistenziali (chi siamo, dove andiamo, ecc.) e questo è motivo di orgoglio per il genere umano, ma anche di sofferenza e di inquietudine per molti uomini.

Io ogni tanto vado con mia moglie a Colleminuccio, ma la cosa non mi ha mai creato alcun problema, interferì ancora l’impunito. Là abbiamo un campetto a frutteto. L’unico assillo sono gli uccelli. se non arrivi in tempo, quando i frutti sono maturi, si mangiano tutto loro.

Maurizio non raccolse. E continuò:

Ancora oggi c’è chi, guardando le stelle, si chiede; La vita è un sogno?

No, rispose Pancrazio, come se la domanda fosse stata rivolta a lui. Io quando dormo, posso sognare, ma quando sono sveglio, guai a sognare! la vita è reale e si vive da svegli.

Ora noi sappiamo, caro Pancrazio, questa volta Maurizio si rivolse a lui, con pazienza esasperata, che, invece, fin dal tempo del “siglo de oro”, questo quesito era stato risolto in senso affermativo dallo scrittore spagnolo Calderon De La Barca, il quale nel 1635 pubblicò quello che sarà il suo capolavoro, al quale aveva dato il nome, appunto “La Vita è un sogno”.

Si vede che parlava per sé, ribatté Pancrazio, io a quel tempo, non ero neanche nato, figurati…

Maurizio non si lasciò scoraggiare e andò avanti: Ma la domanda si può anche rovesciare e l’immaginario pastorello, eternamente errante dell’Asia, si potrebbe pure chiedere: il sogno è la vita? Portando la sua riflessione sul margine pericoloso dell’assurdità, dove spirano venti agitati da turbolenze in quota.

Questa, poi, borbottò Pancrazio.

Ma il colmo si potrebbe raggiungere, seguitò il maestro, se, spingendo questa navigazione oltre i confini del plausibile, qualcuno arrivasse a chiedersi: e se il tutto (il tutto, cioè la vita, il sogno e lo stesso pensiero dell’uomo pensante), fosse un sogno nella mente di un Dio?

Un Dio che dorme? Insorse Pancrazio. Questa è una bestemmia ed Evelina non sarebbe contenta di sapere che io sto qui a sentirla. Si lamentò.

Non siamo a questo punto, la blasfemia non c’entra, siamo invece di fronte ad un lampo dell’intelletto che rinnega se stesso, proiettandosi in una dimensione del tutto iperbolica; ma vedi, (ormai più che un discorso sembrava un battibecco tra loro due e gli altri cominciarono a manifestare segni di insofferenza), credo che neanche Erasmo da Rotterdam, esponente autorevole dell’umanesimo cristiano, sarebbe riuscito con il suo scandaglio a penetrare così profondamente nel mistero della mente umana e che, forse, posto di fronte a tanto ardimentoso interrogativo, avrebbe, con maggiore convinzione dato al suo capolavoro, il titolo che in effetti gli ha dato: “Elogio della Follia”, pubblicato nel 1511, più di un secolo prima dello spagnolo.

E meno male che c’è stato qualcuno con il sale in zucca! Esclamò Pancrazio.

Del tutto incidentalmente ricordo, argomentò ancora Maurizio, che appena trenta anni prima della pubblicazione del libro di De La Barca, un altro grande spagnolo, Miguel Cervantes De Saavedra, aveva pubblicato il suo capolavoro, intitolato: Don Chisciotte della Mancia, in cui un uomo che tutti ritenevano pazzo, ma che invece rappresentava l’eterna condizione umana, fatta di fragilità, ma armata di tanto coraggio, combatteva simbolicamente (anche questa è un’allegoria) contro i mulini a vento, scambiandoli per giganti o diavoli (“L’Inferno è vuoto, i diavoli sono tutti qui”).

Questo l’ho letto e non mi è piaciuto, è un libro per bambini. Disse Pancrazio.

Forse non eri abbastanza adulto, quando l’hai letto! Fu l’obiezione di Maurizio.

Cervantes, era coevo di un altro genio letterario, Shakespeare; vissuti in due Paesi a distanza relativamente breve, l’uno dall’altro, sono scomparsi entrambi, senza essersi mai conosciuti, quasi lo stesso giorno, 22-23 aprile 1616. L’inglese, in una delle sue opere più note, l’Amleto, fa pronunciare al suo protagonista, principe di Danimarca, il famoso monologo dell’Atto Terzo, che recita:” Morire, dormire. Dormire, forse sognare.”

Seguirono attimi di silenzio drammatico. Maurizio si fermò per calmarsi un poco, poi:

Qui si innesta la seconda parte del discorso; che succede se l’arte di pensare diviene troppo pensante? Ci soccorre la quarta parola alla quale ho accennato sopra e nella quale vogliamo far confluire le prime tre ed è elucubrare. Sembra una brutta parola, ma non lo è: indica un percorso verso la luce: la parola viene dal latino Lux, luce e letteralmente significa “comporre alla luce di una lucerna”. Poca luce e molto impegno; in effetti noi oggi con questo verbo intendiamo il dedicarsi con cura esagerata ad un lavoro intellettuale di meditazione, una specie di accanimento terapeutico che si esercita sul pensiero al fine di partorire un’idea per il compimento di un’opera. Ed è quello che abbiamo fatto anche noi, con il discorso sull’apologo, l’apologia e l’aforisma.

Un po’ come il detto volgare spremersi le meningi? Riuscì ad insinuare alfine Oreste.

Qualcosa del genere, rispose Maurizio.

Più genericamente elucubrare si usa, per indicare l’atto del pensare, meditare, che in sé è un esercizio meritevole, ma quando travalica certi limiti, viene utilizzato con intento ironico nei confronti del pensante: cosa stai elucubrando? Il che si attaglierebbe bene al discorso col quale abbiamo iniziato la discussione, sui problemi esistenziali che molti di noi si pongono, a proposito, o anche a sproposito.

Bamboleggiare, o farneticare? Azzardò Silvana.

Seguì un silenzio rarefatto.

E l’apologo di reato, dov’è? Chiese impertinentemente imperterrito, Pancrazio.

A Maurizio caddero le braccia.

Non è l’apologo…

Giusto, è il prologo del reato, vero?

No.

Allora è uno sproloquio di sicuro!

Fine della discussione: la misura era ormai colma e Maurizio incautamente disse: non ho più frecce al mio arco, per cui si tolse gli occhiali e si alzò per andarsene.

Robin Hood, gli gridò dietro Pancrazio, non ti offendere, ma oggi, qui abbiamo proprio eculubrato.

Commenti