ASCOLTA, E' IL VENTO

 

 

                                                                     

Ancora una volta, rubo il titolo di un libro, questa volta dello scrittore Morrow Lindbergh, edizione 1940, senza alcun riferimento al contenuto di esso, così, solo per il fascino leggero del titolo stesso.

Si è levato presto col primo sole, ha imperversato sulle cime e percorso l’altopiano, ora batte la radura tra sterpi e rovi, scorre veloce sui prati tra zolle e radici, si insinua nelle frasche delle rade siepi e porta rotoli di sterpaglie raccattate per via, che si impigliano fra le rocce e i rialzi del terreno.

La distesa dell’erba alta, si modula al suo passaggio, formando un’onda che la percorre tutta e torna indietro, come il moto perpetuo di un mare inquieto.

Indugia intorno ai muretti scalcinati, agli angoli delle case abbandonate, in mulinelli e vortici che sollevano polvere e detriti ed un foglio di giornale ingiallito da lontane stagioni, che volteggia brevemente e ricade piegato su se stesso come un burattino stanco e senza fili. Negli interstizi degli infissi sconnessi, un sibilo sottile, a tratti si produce e tace.

Nel silenzio irreale di una improvvisa caduta del vento. si leva il frinire della cicala. Ma poi riprende, incalza di nuovo ed agita ogni cosa, dal singolo filo d’erba  ai margini di quella che fu un’aia piena di vita, all’albero stecchito, al cavo elettrico che pencola inutilmente dal palo, facendo dondolare la lampada spenta con un cigolio monotono.

Lo sbattere incessante di una porta lasciata aperta, contro lo stipite sconnesso e poi, a tratti, nei brevi intervalli, il latrato lontano, triste, di un cane.

Dietro i vetri resi opachi dal tempo, di una finestra socchiusa, gli occhi smarriti di un vecchio, forse reale, forse solo un fantasma.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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