A LUCIANA

 

COMPLEANNI

Luciana, fra tanti che ieri mi hanno fatto gli auguri per il mio …seiesimo compleanno, mi ha detto una cosa che mi ha colpito per la sua intrinseca, scontata verità: un anno in più è sempre un evento importante.

Si tratta di un traguardo che non era per niente scontato raggiungere: dare un seguito ad una storia, che è la nostra vita. Come aggiungere un nuovo capitolo ad un racconto, una narrazione che vorremmo continuare, anche a costo di ripeterci all’infinito.

La misurazione del tempo, che noi uomini abbiamo inventato, è alla base di ogni narrazione individuale e contemporaneamente è il fondamento della storia universale. Fuori del tempo non può esistere la storia.

Noi siamo piccola cosa e il tempo non si accorge di noi; se ci siamo o se non ci siamo per esso è indifferente, non per noi che viviamo sotto l’egida delle Tre Parche, Cleto che fila, Làchesi che tesse e Atropo che taglia il filo della vita, per cui, esserci nel tempo, fin quando è possibile, è importante.

Ringrazio quindi Luciana per la riflessione che mi ha fatto fare e rivolgo un pensiero riconoscente a lei e a tutti gli altri che mi hanno espresso sentimenti di amicizia e simpatia in questa occasione, o anche solo indirizzato un pensiero di benevolenza.

Con l’augurio che anche a loro le Fatae riservino un destino di compleanni felici e pieni di amore.

 

Ancora auguri belli caro Bruno, sempre grazie per le tue riflessioni, che per me sono preziosi insegnamenti

 

INSEGNAMENTI

Cara Luciana,

Le mie riflessioni altro non sono che la ripetizione di qualcosa che già sapevo, ma, almeno io, inconsapevolmente. Sono le tue parole, invece che mi ispirano considerazioni che mi portano ad un più meditato livello di consapevolezza, quindi, se mai, sei tu ad insegnarmi qualcosa, non io a te.

C’è stato un periodo, quand’ero ancora molto giovane e con poche idee ma confuse, come si suol dire scherzosamente, ma non tanto, in cui la mia aspirazione era di diventare, da grande, una specie di Guru, un dispensatore di saggezza, a favore di quanti avessero avuto bisogno di un suggerimento o di un rimedio per risolvere ogni tipo di problema.

Ho scoperto da vecchio, con Pancrazio, che la saggezza non esiste e che forse, aggiunge il nostro, sulla scia di una famosa poetessa, non esiste neanche la morte. Pancrazio è affascinato da questa idea, che cioè la morte possa non esistere, anche se non riesce a comprendere come ciò possa avvenire e non sa che senso dare a queste parole. Che forse non si muore mai del tutto? Che qualcosa di noi rimane anche dopo la nostra scomparsa? Ma allora basta credere all’anima e il problema è bell’e risolto! La nostra sarebbe una morte apparente, perché in effetti, noi morendo, lasceremmo solo il corpo a disfarsi, mentre l’anima se ne andrebbe bel bello per i fatti suoi, a vivere un’altra vita, migliore della precedente, sol che si riesca a scampare al pericolo peggiore che potrebbe essere l’Inferno.

No, non se ne vien fuori: o si crede a tutto, o a niente. Se non c’è resurrezione, la morte esiste eccome!

Possiamo consolarci con l’idea che morendo torniamo a far parte degli elementi dai quali siamo venuti e che qualche componente di noi continuerà ad esistere in una diversa forma di vita, ma è poca cosa.

Questo è quello che pensa Pancrazio e io chi sono per dire che ha torto?

Lasciamo perdere la morte, che è argomento molto scabroso, ma la saggezza, almeno, sai tu dove trovarla?

Grazie per le tue belle parole, e quelle, sempre illuminanti, che, spero, vorrai ancora indirizzarmi.

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·        Bruno caro grazie per questo "mutuo soccorso". Onorata dell'attenzione che riservi alle mie riflessioni. Penso che la paura della morte sia davvero la paura della non esistenza, qualcosa di praticamente inconcepibile, di gran lunga più minaccioso della morte stessa. Pancrazio è una luce nel buio, una voce rassicurante, ci dice che in fondo, trascorso un breve sonno, eternamente, resteremo svegli in luminossimi frammenti lì dove siamo vissuti nella vita "vera". Ci invita ad abbandonare questa solitudine auto-inflitta e ad abbracciare "l'invisibile agli occhi", che ci chiede sempre di piu' di essere visto, capito, ascoltato, integrato nella vita di tutti noi. "Non si vede bene che con il cuore, l'essenziale e' invisibile agli occhi" dicevano Antoine De Saint Exupery... e Pancrazio e io chi sono per dire che non sia così? Intanto sarebbe bello far vivere anche qui questi luminosissimi frammenti, se si sapessero cogliere le innumerevoli occasioni e sfaccettature. Non è questo in fondo quello che fa il saggio Pancrazio?

 

MUTUO SOCCORSO

Ben venga il “mutuo soccorso”, come tu lo chiami, concetto che mi piace molto, perché è vero che abbiamo bisogno tutti, l’uno dell’altro; da soli non si va da nessuna parte; ma tu cara mia, mi hai surclassato (dal francese “sur- classer”, superare di una o più classi gli altri), in quanto hai dimostrato di aver capito le qualità di quell’ “Uomo senza Qualità”, che non sa di essere il buon Pancrazio, ignorando l’esistenza di quel personaggio inventato da Robert Musil, più di quanto non abbia fatto io, che sono il suo (di Pancrazio) inventore.

Non voglio con questo pormi un problema che è di gran lunga al di sopra di quella che ho or ora chiamato una mia “invenzione”, ma mi va di affermare di stare con quelli che ritengono che il personaggio, una volta “licenziato” dal suo creatore, cioè reso pubblico, offerto ai suoi eventuali lettori, esce dalla “manus” di chi l’ha ideato e diventa autonomo, con una vita “sua”, che è quella che gli viene attribuita appunto da quelli che sono i fruitori finali del soggetto.

Pancrazio è cresciuto dopo i tuoi apprezzamenti, ora se ne va tutto fiero, con le spalle dritte e il petto in fuori, orgoglioso di sé. E tutti ne gioiamo.

Nel suo intimo, si sente un volpone “Hai letto cosa ha detto di me Luciana? Che sono un saggio”, ha detto a Maurizio (il tempo del verbo cambia, perché qui si entra nel vivo del racconto). Tu invece cosa hai fatto? Ti sei accovacciato, cioè letteralmente ti sei ritirato nel covo dei tuoi pensieri; ti sei chiuso come in una nicchia, rannicchiato appunto.

Apriti, lo aveva esortato infine, spalanca le tue finestre, che vuol dire rimuovi le palanche che hai  davanti ai tuoi occhi, respira l’aria pura: la vita è qui ed ora. Dobbiamo saper cogliere l’attimo e vedrai che pepite luccicanti potremo trovare! Non tutto finisce: anche quando non ci saremo più, chi sa quanti lucciconi potremo ancora contare!!!

 

Luciana

Bruno "La scrittura è un rito religioso: è un ordine, una riforma, una rieducazione al riamore per gli altri e per il mondo come sono e come potrebbero essere. Una creazione che non svanisce come una giornata alla macchina da scrivere o in cattedra. La scrittura resta: va sola per il mondo. Tutti la leggono, vi reagiscono come si reagisce a una persona, a una filosofia, a una religione, a un fiore: può piacergli o meno. Può aiutarli o meno. La scrittura prova delle emozioni per dare intensità alla vita: offri di più, indaghi, chiedi, guardi, impari e modelli: ottieni di più: mostri, risposte, colore, forma e sapere. […]

La cosa peggiore, peggiore di tutte, sarebbe vivere senza scrittura", scriveva Sylvia Plath nel suo "I diari". E allora tu scrivi scrivi ancora Bruno caro, c'è una cultura da diffondere e giudizi da sospendere e penne come le tue dovrebbero essere lette da vaste platee. Incantata e arricchita ogni volta, grazie.

 

 

Cara Luciana,  Perché scriviamo? Per essere letti? Oppure per noi stessi? Per lasciare un segno durevole, più durevole della voce, che si disperde nell’aria? Oppure per comunicare a distanza, magari a più persone, per convertirle al nostro credo?

Quello che hai scritto, riportando anche le parole della Plath, è molto bello e ti rende onore; c’è qualcosa, nel nostro inquieto modo di interrogarci che ci sfugge e che vorremmo far emergere: ecco qui rileva l’importanza della scrittura, dare un senso a quello che vediamo anche esplorando i territori sconfinati della fantasia e dell’immaginazione. Ma soprattutto seguendo il nostro istinto e la nostra sensibilità.

In genere si scrive perché si ha qualcosa da dire. Che poi questo possa piacere o non piacere ad altri, è cosa che viene dopo e comunque ha scarsa importanza. “io mi son un che quanto amor m’ispira, noto e vo significando”. Amor qui non è solo l’amor cortese del dolce stil nuovo, ma secondo me comprende ogni espressione dello spirito umano. C’è l’urgenza o forse solo l’esigenza di dar voce ai sentimenti, qualunque sia la reazione che essi possano suscitare negli altri.

Io scrivo per dare ordine alle mie idee, per approfondire argomenti che mi stanno a cuore, avendo cura di far sì che le parole scritte, le frasi, coincidano il più possibile a quello che veramente sento e voglio esternare. Operazione non semplice, che si presta a molti inconvenienti. Per quanto chiaro si voglia scrivere, c’è sempre il rischio di venir fraintesi. Per questo la scrittura è ricerca, è scavo dentro di noi e dentro le parole che usiamo.

La scrittura deve essere dilettevole, per chi scrive, che prova il piacere della creazione (nel piccolo, come nel grande), e per chi legge, che deve trovare nelle parole scritte da un altro il conforto di un piacevole confronto.

Non ultimo: la scrittura è un buon modo di utilizzare il poco tempo che abbiamo a disposizione, sempre presi come siamo da altre preoccupazioni o anche solo occupazioni; quella “stanza tutta per sè” reclamata da Virginia Woolf, espressione il cui senso mi piace dilatare fino a comprendere le cosette spicciole che sto dicendo, riallacciandomi, per quanto riguarda la brevità del nostro tempo, alla famosa “tanto picciola vigilia de' nostri sensi”, di cui parla l’Ulisse di Dante spronando i componenti del suo equipaggio a “seguir virtute e conoscenza” ed esortandoli a non rinunciare ad andare avanti, di fronte all’Ignoto, rappresentato plasticamente dalla parete del monte del Purgatorio che si parava loro davanti. 

 

Luciana carissima, tu sei molto generosa nei tuoi giudizi e mi attribuisci doti che non credo di avere, ma la cosa non mi dispiace affatto (siamo tutti un po’ gigioni e fa piacere essere lodati) ed anzi mi inorgoglisce: se una donna perspicace, attiva su molti fronti, capace e volenterosa, per di più modesta e simpatica come sei tu, si prende cura di uno come me, mbé!, non posso che cominciare a credere che forse-forse qualcosa di vero possa esserci nelle tue parole, soprattutto nel desiderio che ho di essere veramente quello che tu dici.

Perché, vedi, nel mio scritto di ieri ho dimenticato di aggiungere che la scrittura, oltre che gioiosa e, scusa il gioco di parole, giocosa nel suo intento, è anche fatica, allenamento, studio, ricerca del meglio che si può ottenere dalle parole quanto alla carica espressiva che si vuole dare allo scritto e questo induce ad essere abbastanza severi con se stessi e porta ad individuare le proprie insufficienze, manchevolezze e a riconoscere i propri errori, che è l’unica strada per raggiungere un risultato accettabile. Come dici tu, “possiamo essere tutto, senza contraddizioni, in armonia con le nostre imperfezioni.”

E questo io credo di farlo, ma non so se ci riesco.

 
 

 

 

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