UN SURPLUS DI FELICITA'

Il compianto Gabriel Garcia Marquez scrisse L’amore al tempo del colera, noi potremmo dire, la lingua, al tempo del virus, esordì quella mattina, Mauritius (ormai è così che si vedeva il poveruomo), perché di parole noi vogliamo seguitare a parlare, nonostante questa cappa opprimente che ci è calata addosso, come una calamità biblica, con la pandemia da corona virus.

Il virus per i latini era il veleno, qualità che ben si addice a questo essere submicroscopico che può minare la nostra salute e portarci alla morte. Io invece, proprio per scaramanzia contro il virus, voglio parlarvi di cose allegre, che ne dite se parliamo di Felicità?

Tanto per cominciare, una premessa: virus, o vairus, all’inglese? La parola viene direttamente dal latino e in questa lingua, si legge virus, quindi mi sembra corretto seguitare a dire virus. Gli inglesi e gli americani, facciano pure come credono, seguitando a pronunciarle a modo loro, con la differenza che esiste tra le due lingue.

Ma è risaputo, obiettò Chiara, che alcune parole di origine latina, sono arrivate alla nostra lingua, attraverso un recupero e una mediazione di quella inglese, che, ha detto De Mauro, quanto a recupero di termini latini, è la lingua più latinizzata, tra i paesi di lingua non neolatina. In questi casi sarebbe più corretto tener conto di questo passaggio e forse dovremmo adottare la pronuncia inglese per sottolineare questo particolare.

Parole, riprese Mauritus, come Junior, sub, plus, sono arrivate intatte dal latino, eppure attualmente sta prevalendo l’abitudine di pronunciarle all’inglese, giunior, sab, plas, come mai?

Secondo me per colpa degli annunciatori delle emittenti televisive…

Che fanno corsi di dizione, e allora, come la mettiamo?

Arrivò in quella un vecchierel bianco, infermo (non esageriamo, soggetto narrante, un altro po’ era anche mezzo canuto e scalzo?), che s’appressò al tavolo e disse:

Mi chiamo Zenone, vengo da molto lontano, la felice isola di Cipro, nella mia vita sono andato in cerca della felicità senza trovarla, ho sopportato sofferenze e malanni, con serenità e dignità, cercando quella che potrebbe essere una sorta di felicità, nei momenti di assenza del dolore (a-patia), un momento di tranquillità, fra due episodi di attacco del male, ma sono contento.

Maestro, disse premuroso, Mauritius, alzandosi ed andandogli incontro. Lo prese per mano e lo condusse alla Cattedra,(che non era un pulpito), riservata ai personaggi più illustri,

Sei arrivato al momento opportuno, mio buon Zenone di Cizio. Chi più di te può darci una definizione di felicità?

Il Maestro si assise al posto d’onore e i discepoli si disposero intorno a lui, ossequienti.

Ho già detto, cominciò allora l’anziano ospite, di non averla trovata, se non negli interstizi che si aprono fra vari eventi dolorosi. Bisogna saperli riconoscere e approfittare dei brevi attimi di sospensione che essa produce, prima di dissolversi. Ad Atene ho avuto molti discepoli nella mia scuola del Portico Dipinto, così detta dal nome del luogo dove ci riunivamo, passata poi per scuola stoica, dove la ‘sto’ era appunto il portico dove erano le belle pitture di Polignoto. Quante parole dedicate alla vana ricerca di una definizione soddisfacente per l’idea umana di felicità!


Parmenide e Zenone

L’uomo è un soggetto etico, che sa distinguere per dote innata, quel che è giusto, da quello che non lo è. Il rispetto di questa etica, dovrebbe bastare a dare un soddisfacente senso di felicità.

Così non è per molti ed allora ecco che l’insoddisfatta natura umana si affanna alla ricerca di qualcosa che è già dentro di essa. Anch’io, appartenente a questa categoria, ancorchè di natura ottimista, determinista e panteista, ritengo di avere la possibilità di usufruire di un periodo di surplus di felicità che vada oltre questo limite. E’ questa la cosa cui aspiro. L’uomo è libero nel pensiero e deve trovare il rimedio alle avversità nel conservare la dignità di fronte ad ogni accidente, anche quello finale, che è la morte, alla quale si può andare incontro, volontariamente, quando la sofferenza supera la capacità di resistenza dell’individuo.

O surpache? Vociò dal fondo Pancrazio con malagrazia, ma senza voler essere scortese.

Il canuto personaggio guardò con occhio benevolo nel vuoto, la sua vista non andava lontano, ma lo sguardo interiore era sicuro di aver individuato il soggetto che aveva parlato ed a lui si rivolse pieno di grazia.

Il surplus è un disavanzo, di solito positivo, attivo, nel conteggio di una partita, che nel nostro caso è quella della vita, un conteggio di quello che hai fatto, di buono o di sbagliato, per cui alla fine puoi dire ne valeva la pena, oppure, ho sprecato tutto.

Ma il surplus di felicità è una metafora, la domanda è ancora e sempre: cos’è la felicità?

Si possono tentare varie definizioni, ma nessuna coglierà in pieno quello che vuol dire questa parola astratta e perché ogni uomo la concepisce e percepisce in modo diverso.

Per il vostro Francesco, la perfetta letizia consisteva nella capacità di superarsi per amore di Dio, nel sopportare ingiustizie, disagi e dolori, senza mai lamentarsi. Questa è una posizione di massima eticità.

Per l’edonista la felicità consiste nella possibilità di godere di tutti i piaceri della vita. Per lui, non esiste la moralità o l’immoralità, la sua è una condizione di a-moralità.

La felicità è come un demone, può nascondersi in ogni cosa non essere in nessuna. L’amore, la ricchezza, la gloria, sono cose che spesso si accompagnano alla felicità, ma non sono la felicità. Anzi, spesso sono il contrario della felicità.

Il vecchio Zenone parlava e le sue parole cadevano come gemme dalla sua bocca e tutti erano assorti come in un incantesimo. I suoi occhi riflettevano sentimenti di grande umanità e di pietà per l’umana condizione. Ma il suo aspetto era fiero e tutta la sua persona rifletteva un atteggiamento di grande dignità.

Mauritius approfittò di una breve pausa e facendo un piccolo cenno con la mano come a scusarsi in anticipo pe quello che avrebbe detto, interrompendo il suo pensiero, cominciò:

Vorrei dire, con il tuo permesso, che per me la felicità è femmina. Come tu sai di sicuro, ma non così gli altri ascoltatori, la parola prende origine da una radice sanscrita Feo, passata al latino ferre, che vuol dire produrre. Questa radice è alla base di molte parole latine, poi divenute italiane, come fecundus, fetus, femina e felix.

Fecondo in italiano significa atto a produrre, così come fertile, che viene dal latino ferre, portare, con una piccola differenza. Fertile si usa maggiormente per indicare la capacità produttiva dei terreni agricoli, mentre fecondo è il grembo della donna e per questo la parola si usa con maggiore considerazione.

Ma la sorpresa maggiore vene da felix, che può significare, oltre naturalmente a felice, anche fecondo.

Non sarà qui la chiave di volta di questo termine tanto amato e poco conosciuto? La felicità non sarà racchiusa nell’atto di creare qualcosa, ricreare, nel senso di far rinascere, rinnovare, rigenerare?

In fin dei conti quando diciamo Abruzzo regio felix, alludiamo di più al fatto che la nostra terra è ricca di prodotti, prodiga di specialità alimentari ed altro, o forse alla constatazione che è una regione dove si vive bene e quindi è felice?

Io voto per la felicità, disse Pancrazio, alzandosi rumorosamente.

Signor Zenone, le posso offrire un caffè?



Sotto il Portico Dipinto


Rotto l’incantesimo, tutti si alzarono e Mauritius non fu in grado di frenare l’entusiasmo di tanti che volevano congratularsi con il grande vecchio, intorno al quale si fece una vera propria ressa di persone vocianti. Quando la baldoria finì e la massa si sciolse, Maurizio constatò che Zenone, posto che fosse lui, era andato già via.

Commenti

  1. E qui siamo all'apoteosi dello Zibaldino!
    Che cosa motiva tutto questo scavare dentro le radici profonde del linguaggio, se non la ricerca della felicità?
    Che poi, lo scopriamo adesso, era lì, a due passi da noi, a patto di conoscere almeno i rudimenti del sanscrito...
    Grazie davvero!

    RispondiElimina

Posta un commento