DUEMARZOMILLENOVECENTOSESSANTA

Caro padre,
domani ricorre il sessantesimo anniversario della tua morte. Era di carnevale e sotto la finestra della tua camera si sentiva il chiasso festoso di quelli che folleggiavano per godersi la festa più conformistica nella sua trasgressività, che ci sia. Nella nostra città il carnevale conservava e tuttora conserva caratteristiche di festa paesana, ingenua, innocua, non particolarmente rumorosa. Anzi di quella circostanza, mi è rimasto un ricordo, come se, da parte dei partecipanti, vi fosse una certa considerazione per chi, come noi, si fosse trovato nelle condizioni di non poter festeggiare, per il grave momento che stavamo attraversando. O forse le nostre orecchie non erano propense a sentire quei rumori, tutte intente a percepirne altri, flebili e terribili, quelli dei tuoi affannosi ultimi respiri.

Ricordi? Un anno fa ci siamo dati appuntamento, come avvenuto già in anni precedenti, per incontrarci, domani presso quella panchina, posta un po’ fuori città, dove altre volte, abbiamo conversato del più e del meno, amabilmente, non più come padre e figlio, anche perché io sono molto più vecchio di te, ma come due viandanti che s’incontrano, si riconoscono e passano volentieri un poco di tempo insieme.

  L'immagine può contenere: acqua e natura
              
La panchina che abbiamo scelto per il nostro incontro annuale è un posto riparato, coperto da una piccola pensilina, a difesa dalle meteore ed è non lontano da una fermata del bus; quale bus? Per dove? Da dove? Sinceramente non lo so; so solo che ha vetri appannati e, quindi dal di fuori, i passeggeri sembrano ombre e dalla sua portiera, quando si ferma, non scende mai nessuno, tranne te, in quel giorno dell’anno.

Tu scendi sorridendo e ti avvii sulla strada, incontro alla panchina ed a me. Così sarà domani, speriamo che non piova. Ma anche se dovesse piovere, per sostare abbiamo la panchina coperta, ed io avrei l’ombrello per accompagnarti fino alla fermata, quando ripasserà il bus per tornare indietro.

Cosa ci diremo? Non riesco ad immaginarlo. Le cose che ti vorrei chiedere sono tante ed il tempo che ci è concesso è poco, per cui non so come si svilupperà l’incontro. Io potrei stare anche senza parlare, perché ho imparato fin da quando eri qui con noi, a leggere nei tuoi occhi le risposte che mi attendevo.

Ma tu vorrai sentire la mia voce, che non è più quella che hai conosciuto. Non del bambino, non del giovane che hai tanto amato e che non ha saputo darti quella soddisfazione che tu da lui mutamente ti aspettavi. Che fosse cioè in grado di realizzare le aspirazioni per le quali tu avevi lottato e le circostanze avverse non ti avevano consentito di concretizzare.

Siederemo sulla nostra panchina, rivolti l’un verso l’altro, guardandoci negli occhi e tu non ne avrai abbastanza di guardare, incredulo, tuo figlio con i capelli e la barba bianchi, mentre i tuoi, capelli e baffi, sono ancora neri. Vorrai prendermi per mano e sentire il caldo dei miei palmi, ma forse ciò non ti sarà consentito. Bisogna rispettare i patti. Ma ci basterà guardarci e sentirci vicini, uniti quasi come non fummo quando avremmo potuto, per quell’umano ritegno che ci toglie molta della nostra genuinità.

Vorrei sapere da te tutto quello che non so; cosa sottintendeva dietro al tuo sorriso, così pieno d’amore, ma silente, con una velatura di tristezza. Le tue ansie, le tue angosce.

Padre, tu eri un gigante per me, ma poi ho conosciuto anche la tua fragilità, che è anche la mia, non per colpa tua. Il grande, immenso cuore che era in te, che ha palpitato per noi, per la tua famiglia, alla quale era tanto affezionato, è rimasto chiuso nella bara. Un fiore sfiorito in boccio.

Parlami di questo e dimmi tutto quello che non mi hai detto. Chi eri, cosa volevi, cosa ti aspettavi e non hai avuto, la tua vita da ragazzo, chi era tuo padre e tuo nonno, che vita hai fatto nei vicoli del tuo luogo di nascita, Città Sant’Angelo, del quale non ti ho mai sentito parlare. Tuo fratello e le due tue sorelle: che rapporto hai avuto con loro? Narrami di quanto sei stato felice e di quanto sei stato infelice. La vita non ti ha trattato bene, vero? Ma soprattutto di noi, dei tuoi figli. Del tesoro di sentimenti che era dentro di te, di cui abbiamo goduto inconsciamente.

Altrettanto farò io e spero di non deluderti anche questa volta. I nostri cuori vicini. Il nostro amore manifestato in tutta la sua ampiezza e persistenza.

A domani.

Commenti

  1. Dirti che le tue parole commuovono è troppo poco. Stavo guarendo da una forte rinite con eccesso di lacrimazione. ma il sentimento espresso nel racconto di questa bella e struggente tua tradizione mi ha di nuovo riacutizzsto le lacrime ed un senso di oppressione al petto. Come non posso non capirti io che persi mio padre all'età di 9 anni?

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    1. Rimiratore è un mio pseudonimo. Lucio Di Eugenio.

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  2. "per quell’umano ritegno che ci toglie molta della nostra genuinità": ho dovuto aspettare 31 anni per potere dire a mio padre che gli volevo bene, per sentirmi dire da lui la stessa cosa, poco prima che mi abbandonasse per sempre.
    Grazie, Bruno

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  3. Vittorio scrive:
    Riflessioni sul 2 marzo 2020

    Ho letto quello che hai recentemente scritto sul tuo incontro con nostro padre alla fermata del tram. Ho letto con piacere che tra te e nostro padre si era instaurato un rapporto, un linguaggio non scritto o parlato ma basato solo su occhiate che vi scambiavate e che solo voi eravate in grado di recepire i rispettivi messaggi e le rispettive aspettative che reciprocamente vi mandavate.
    Tu mi chiedi cosa ne penso.
    Io ricordo un vecchio motto latino ( lingua da me tanto amata..) che recitava ” sutor ne ultra “col quale un famoso scultore zittiva i commenti di chi non era né poteva essere in grado di esprimere giudizi su cose che assolutamente non conosceva.
    Conscio delle mie possibilità mi astengo quindi dall’esprimere giudizi che potrebbero risultare fuori luogo.
    Dico solo che a me piace quello che scrivi e come lo scrivi che denotano le tue doti di fantasia e narratore, doti non comuni e non facilmente reperibili sul mercato.
    Mi viene in mente solo ora che tu sei stato per me “l’uomo nuovo con le idee nuove” che non esitava a mettere i mobili sotto-sopra pur di creare un ambiente se non nuovo sicuramente rinnovato, sotto gli occhi di zia Gina che dopo aver visto, senza esprimere alcun giudizio faceva “spallucce” e col suo sorriso sornione abbandonava il campo.
    Io per conto mio non ha mai avuto un rapporto diretto con nostro padre né con nostra madre.
    Ritengo di aver passato la mia vita alla tua ombra protettiva: Ricordo che quando si andava a trovare Papà in ufficio per bussare a soldi, eri tu a parlare mentre io facevo solo presenza e beneficiavo di quanto nostro padre poteva elargirci su tua inespressa richiesta.
    Soldi che poi finivano, almeno in parte, ad incrementare il famoso “fondo comune” che sistematicamente spariva in coincidenza delle tue partenze per Roma, dove frequentavi la facoltà di giurisprudenza.
    Tu hai avuto esperienze che io ho solo vissuto nei tuoi racconti come l’incontro con una ragazza di Rocca Sinibalda dove eri andato in vacanza, ospite della famiglia di Alfredo, tuo intimo e sincero amico.
    Io purtroppo all’età di 9 anni (era l’anno 1947) subii un arresto causato da una malattia che mi lascò vistosi segni di alterazione facciale, segni che poi hanno avuto una parte molto importante nella formazione del mio carattere (ho dovuto affrontare episodi che oggi vanno sotto il nome di bullismo e dai quali ho cercato di difendermi in tutti modi) nonché dei miei rapporti con l’atro sesso verso le ragazze dalle quali ero attratto ma che non avvicinavo per paura di un rifiuto.
    Teresa dice che soffro del complesso di inferiorità.
    Forse ha ragione.

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