VOLER BENE

Questo mio scritto nasce sotto lo stimolo del contributo che recentemente Bruno ci ha fornito sul tema dello “Stare bene”.

Uso il termine voler bene quindi, da un lato per tracciare una continuità ideale con il precedente, dall’altro perché la parola “amore” mi pareva francamente troppo abusata e più adatta a rubriche di riviste patinate di moda e cronaca rosa che al più nobile, pur nella leggerezza, intento dello Zibaldino.

3D - 2018

Come sempre, avendone poca di mio (di profondità di pensiero), cerco di sviluppare l’argomento basandomi sulle riflessioni (lo ripeto, del tutto amatoriali) che sto recentemente conducendo sui classici della filosofia greca. Anche su questo argomento ho infatti trovato grande ispirazione, oltre che immediata sintonia, nel pensiero di Aristotele.

Tra i filosofi greci, Aristotele è stato uno di quelli che hanno dedicato la più ampia trattazione al tema del voler bene. Nell’Etica Nicomachea destina infatti ben due libri alla trattazione della philia, termine che normalmente viene tradotto con amicizia, ma che copre in realtà uno spettro di relazioni assai più ampio, dall’amore innescato dal desiderio del piacere, all’affetto tra coniugi e tra genitori e figli fino alla vera e propria amicizia disinteressata come la concepiamo oggi.

In ogni caso, la philia attiene sempre a una relazione bilaterale, che può essere tra pari o tra persone tra cui esista una condizione di subordinazione (e qui Aristotele cita anche il caso di marito e moglie, evidentemente riferendosi a quella che era la condizione femminile corrente nell’Atene del tempo). Se non esiste reciprocità non si parla quindi più di philia, ma di benevolenza, la stessa che mettiamo, ad esempio, nel fare l'elemosina aun passante.

Avendo natura bilaterale, la philia aristotelica si distingue quindi dall’eros platonico, che è invece di natura essenzialmente unilaterale. L’innamorato per Platone è mosso dal proprio desiderio del bello e ama indipendentemente dal fatto di essere ricambiato. Chi potrebbe d’altronde mai aspettarsi di amare l’Idea stessa del Bello venendone corrisposto?

Il voler bene aristotelico differisce però profondamente anche rispetto all’amore cristiano (agape, in greco), esso pure unilaterale fino al punto di spingersi all’amore nei confronti del proprio assassino. Il cristiano, quando è santo, ama e basta, ama chiunque – e in special modo quelli che meno appaiono desiderabili per se – ama sempre e incondizionatamente.

La philia di Aristotele non è di vedute così larghe: essa richiede sempre l’intesa, la concordia, e raggiunge la perfezione nell’amicizia disinteressata tra pari, tra persone che non sono in soggezione l’una rispetto all’altra e che agiscono senza secondi fini.

Aristotele compie tuttavia un passo nella direzione che sarà poi quella seguita dal cristianesimo, ponendo la philia al di sopra della stessa giustizia. Quando l’amicizia assume natura disinteressata, ed è quindi fine a se stessa, tra gli amici non si applica infatti più la giustizia distributiva. Volendo ciascuno il bene dell’altro, essi chiudono volentieri un occhio rispetto al fatto che una delle due parti, fatta salva la malafede (ma in quel non ci sarebbe più amicizia), stia ottenendo vantaggi dalla relazione in misura superiore al proprio contributo. Non si applica di conseguenza tra persone legate da philia la regola del “chi più dà più riceve”, su cui sono invece incardinati gli altri rapporti sociali nella polis. Giunti a tale livello di comunanza, l’intenzione autentica prevale infatti sull’equilibrio negli scambi (coem si dice, “conta il pensiero”). Non è l’amore incondizionato dei Vangeli, ma la direzione è quella.

Fino a pochi giorni fa mi ero chiesto, senza riuscire a darmi una risposta, come mai Aristotele si fosse occupato del voler bene nel suo trattato dedicato alle virtù del carattere, quali la temperanza, il coraggio e la saggezza, e non invece nella Retorica, dove passa in rassegna l’insieme delle passioni umane.

Al riguardo l’illuminazione mi è giunta quando recentemente, navigando su Youtube, come faccio spesso a caccia di seminari o conferenze su tematiche di mio interesse, ho rincrociato, a distanza di decenni, lo psicologo e filosofo Eric Fromm, una mia vecchia passione adolescenziale (all’epoca Fromm era un autore in voga). Una volta ripresa in mano la sua Arte d’amare, sono rimasto folgorato non appena ho riletto le parole con cui si apre il libro:

E’ l’amore un’arte, allora richiede sforzo e saggezza.

Arte, ossia virtù, e saggezza, ecco i termini che risolvevano il busillis!

La saggezza, in particolare, rappresenta la chiave di volta (cfr. la voce corrispondente dello Zibaldino) dell’intera filosofia pratica di Aristotele.

Quest’ultima, come noto, nel definire il comportamento virtuoso in ambito etico e politico si impernia sul concetto cardine di giusta misura o giusto mezzo. Ma come si fa a stabilire di volta in volta quale sia il comportamento virtuoso che rappresenta l’ottimo mediano tra un atteggiamento che pecchi per difetto e uno che appaia invece smisurato per eccesso? La risposta è semplice: questo è il compito della saggezza.

Ma com’è che si diventa saggi, allora? La saggezza si studia sui libri, esistono corsi di saggezza?

Evidentemente no. La saggezza per Aristotele non si acquisisce frequentando l’Accademia platonica, e nemmeno il suo Liceo. Si tratta sicuramente di una virtù razionale, ma è una ragione pratica, che non va alla ricerca della verità nell’universale, riconoscendo che ogni singola situazione umana fa in buona misura storia a se.

Il comportamento virtuoso si impara quindi unicamente praticandolo. Diviene saggio solo chi ha avuto modo col tempo di “saggiare” il mondo, mettendosi alla prova con la quotidiana complessità dell’agire umano. Inizialmente sotto la guida delle persone, tipicamente più anziane, che hanno già dato prova della propria saggezza nel corso della loro vita, e rendendosi via via più autonomi con l’accumularsi delle proprie esperienze.

La saggezza è quindi questione di disciplina, applicazione, apertura all’altro e al mondo. E queste sono esattamente le doti che si richiedono per conseguire la virtù, ossia l’eccellenza o l’arte, come direbbe Fromm, anche nell’ambito della philia.

Il voler bene non ha quindi il ritmo delle passioni che vanno e vengono, assecondando le bizzarrie del caso, magari nella forma di un putto alato e munito di arco e frecce. Voler bene significa impegnarsi costantemente, temprando il proprio carattere affinché le relazioni da ciascuno intrattenute siano condotte in maniera virtuosa, ossia sotto il segno della mutua benevolenza, della comprensione, della condivisione, del rispetto dell’umanità propria e dell’altro.

Anche laddove esistano delle affinità elettive tra le persone, queste non sono bastevoli a se stesse. Affinché fioriscano e maturino nel tempo, esse vanno coltivate con impegno continuato, con indefessa dedizione, puntando all’eccellenza.

Al mestiere d’amare ha dedicato una canzone meravigliosa il cantautore Ivano Fossati. Anche per cercare di non apparire fissato solo con Aristotele (anche se in realtà, al momento, lo sono!), chiudo quindi riportandone un breve estratto del testo (il corsivo è mio):

La costruzione del mio amore
Mi piace guardarla salire
Come un grattacielo di cento piani
O come un girasole
Ed io ci metto l'esperienza
Come su un albero di Natale
Come un regalo ad una sposa
Un qualcosa che sta lì e che non fa male


(I. Fossati, La costruzione di un amore)

Commenti

  1. Caro Valter, come faccio a complimentarmi con te, senza correre il riscio di apparire encomiastico? Voglio dirti che la leggerezza con cui tratti temi di una certa complessità era proprio quello che cercavo per lo Zibaldino. Il tuo contributo al raggiungimento del mio scopo è stato fin da subito non un dato accessorio, non un valore aggiunto, ma il completamento di un disegno, costituendone parte essenziale. Penso che noi tre, Giuseppe, tu ed io, potremo fare molte cose insieme con buoni risultati.
    Da Aristotele a Fossati il salto è fantastico.

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