LA CONGERIE

Se, così, alla buona, per una volta, ci mettessimo d’accordo di parlare a ruota libera, di cose semplici, non impegnative, in modo non esaustivo, con parole che magari non dicono tutto o non dicono tutto esattamente, ma sono comprensibili da tutti, qualcuno avrebbe qualcosa da ridire? Provo comunque a buttate giù dei pensieri, poi si vedrà; chiunque non sia d’accordo, ha diritto a farmelo notare. E dirmi che ho sbagliato tutto. O smettere di leggere.

“La memoria rende liberi”: Convegno nella Giornata della Memoria, 27 gennaio ore 17:00 presso la Scuola Media “V. Navarro”

La congerie è un’ammucchiata di cose di ogni genere, materiali ed immateriali, belle o brutte, buone o cattive. Prendiamo una congerie di idee. Se si parla di Dio, si parla anche del Diavolo. Un’accozzaglia di parole svariate, buttate lì senza ordine e nessun legame tra di loro, salvo quello che ci volete trovare voi o che si possa creare casualmente.

“Rivelare” comincia bene: a primo acchito sembrerebbe il contrario di “svelare” si svela un segreto, che di solito è nascosto sotto un velo. Se si toglie il velo, il segreto viene alla luce ed è reso noto a tutti. E’ possibile “ri-velarlo”? Rimetterlo sotto il velo? A che scopo, quando i buoi sono fuori dalla stalla? Interviene il saggio: ri-velare non è mettere di nuovo sotto il velo, ma è toglierlo per la prima ed unica volta. Tale e quale a svelare. Con buona pace degli ignoranti. Come diceva Leopardi? “E di lontan rivela serena ogni montagna”, nel senso che ce le fa vedere-serene-le montagne, non che le vuol ricoprire con le nubi. Montagne, rocce, roccaforti. “La rivelazione” è uno dei capisaldi della religione cristiana e forse di altre. Infatti essa è religione “rivelata” da Dio attraverso i Profeti. Dio stesso è Dio “rivelato”, nel senso che si è rivelato agli uomini mediante l’incarnazione di Gesù Cristo. Ma già a Mosè, Geova era apparso sul Monte Sinai sotto forma di un cespuglio in fiamme.

Detto questo, passiamo a “rilevare”. Con questa voce verbale, non si tolgono più veli, c’è soltanto un’azione che consiste in un “alzare, sollevare” di cose che possono essere le più varie, anche per due, tre volte (si era rimesso in testa il cappello, ma quando il professore entrò, se lo rilevò in fretta). Usato in modo riflessivo significa rialzarsi (si rilevò da terra). Altro significato è “far notare”, (ho rilevato diversi errori), oppure “subentrare in un rapporto” (ho rilevato tutti i suoi beni). E’ un verbo molto versatile. In origine voleva dire solo scolpire una pietra con l’arte del basso-rilievo, oppure stagliarsi. La figura dell’uomo si rilevava nettamente sullo sfondo della montagna.

Fra tutte, giganteggia la parola “genio”, che è l’inizio e la fine di ogni cosa. Che è anche follia, stravaganza, eccentricità, furore. La terremo da parte come collante della strana mescolanza. La parola “genio” viene dal verbo latino “geno-is” che vuol dire “creo” e fin qui niente da obiettare. Quindi per noi il genio è la luce dell’intelligenza creatrice. Zia Gina diceva che esso è come l’accidente, non è che te lo procuri da te, se ti viene te lo tieni, per cui esistono persone che ce l’hanno ed altre che ne sono prive. Sappiamo che il genio ha avuto a che fare con la creazione. La Genesi parla di uno spirito che aleggiava sulle acque e generava dal nulla tutte le cose. E’ una bella visione, da effetti speciali, come al cinema, che ora sembra essere soprattutto questo, una esibizione di estetismo soverchiante. Non certo credibile o non comunque in questo modo (la Bibbia, o il cinema?).

Strettamente legato al genio è l’ingegno, che secondo me è l’attitudine ad avere un genio creatore e un po’ è anche l’aspetto fattuale del genio. Uno strumento. Ho il genio e con esso metto in moto il mio ingegno e creo cose complesse. Dall’ingegno al “congegno”, che è un meccanismo, uno strumento, fatto di più componenti messi insieme in modo ingegnoso. Con un termine riduttivo, che non mira però a sminuirne la portata, ma sola a darle una connotazione di tipo amichevole e familiare, si parla anche di “marchingegno”, che più che spirito, è materia, più che il creatore, è il prodotto. Si dice infatti, “hai fatto un bel marchingegno”, per intendere una cosa forse anche geniale, ma un po’ troppo arzigogolata.

Col congegno ha a che fare l’ordigno, che in genere è un meccanismo macchinoso, che può essere molto pericoloso, vedi ad esempio, ma non è l’unico caso, l’ordigno bellico che può esplodere. Ma se, lasciando da parte ordigni e marchingegni, ci soffermiamo a pensare a ciò che più ci piace, allora scopriamo molte cose che sembrano fatte proprio per noi, che soddisfano il nostro gusto, che corrispondono al nostro modo di vedere la vita. Allora diciamo che esse ci sono “congeniali”. Esse sono spiritualmente connesse con la parte più qualificante del nostro essere, ciò che ci distingue e ci rende unici, l’indole, l’individualità, la “genialità” nel senso più ampio. Vanno bene con il nostro senso creativo. I colori sono congeniali al pittore, i suoni al musicista, le parole allo scrittore. E il sole a quadri, al carcerato? No, quello è una contingenza, v. sotto.

La genialità, essendo espressione della creatività, trova il suo miglior campo di applicazione nel lavoro. Il lavoro non come condanna (“Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”, Genesi 3,19), ma come conquista, vocazione, realizzazione. Ogni lavoro dovrebbe essere più o meno congeniale a chi è tenuto a farlo. Nel senso che deve rispecchiare la personalità del lavoratore. Il lavoro servile, fatto senza anima, è improduttivo, è una mera esecuzione, non apporta nulla di nuovo, se non quanto richiesto. Il lavoro artistico è congeniale a chi è dotato di sensibilità per il bello e di qualità artistiche. In genere si ritiene che sia il lavoro creativo per eccellenza. Ma stiamo parlando di Michelangelo, come del muratore che fa una bella casa o del falegname che realizza un bel mobile, a diversi livelli, tutti lavorano per creare. Importante è come si lavora. Un lavoro ben fatto dà sempre soddisfazione, uno rozzo e raffazzonato, no. Un insulto bruciante per gli internati era la scritta apposta per beffa all’ingresso del campo di sterminio di Aushwitz, “Il lavoro rende liberi”. Quel lavoro rendeva schiavi gli stessi aguzzini, nella loro follia.

Qui entra in campo la contingenza, nominata poco sopra. Vi sono situazioni in cui nulla può essere congeniale, ma tutto è necessitato, contingente, accade all’improvviso, non può essere evitato ed è cogente; più fattori sfavorevoli convergono da più parti verso un punto indeterminato, dove avviene l’incontro ed implode la contingenza.

Vi piace l’idea di una scatola? La congerie è un contenitore in cui possiamo riporre quello che ci pare. E quello che ci piace, può cambiare, così come pure le cose che riponiamo nella scatola.

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